Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

13 ottobre 2011

Al mio arrivo all’aeroporto di Dakar la prima cosa che mi colpisce (nel vero senso della parola) è il vento caldo, l’afa dei 37°C è davvero insopportabile. Già dopo il controllo passaporti mi assalgono ragazzoni volenterosi che si offrono di portarmi la valigia, di cambiarmi i soldi, di vendermi una scheda telefonica e di accompagnarmi in città. Dopo essere stato per ore tra le nuvole, mi ritrovo bruscamente con i piedi per terra.

Arrivano Milena, Luisa, Youssou e Saido. Con le prime due ragazze condividerò la casa; sono volontarie L.V.I.A., la stessa ONG con cui svilupperò il progetto della mia tesi. Youssou sta con Milena, è senegalese, e praticamente anche lui vive in casa nostra. Saido lavora da poco con L.V.I.A., a stretto contatto con Luisa per imparare il lavoro da contabile che dovrà poi svolgere da sola quando il periodo di servizio civile delle ragazze italiane finirà.

Da Dakar a Thies ci sono appena sette chilometri, eppure impieghiamo tre ore ad arrivare. Uscire da Dakar è un’impresa, la circonvallazione della capitale si percorre a passo d’uomo, ragion per cui moltissimi vendono per le strade qualsiasi cosa: manghi, ricariche telefoniche, polli, giocattoli, stoffe e acqua filtrata in bustine.

Thies è una grossa cittadina, ma rispetto a Dakar è meno confusionaria. Soltanto le strade principali sono asfaltate, tutto il resto è un misto di terra e sabbia e l’illuminazione pubblica è quasi inesistente; a quanto pare il figlio del presidente senegalese possiede la principale azienda produttrice di gruppi elettrogeni e i black-out e i guasti alla rete elettrica pubblica sono molto frequenti e risolti in tempi biblici. Tutto il mondo è paese in materia di conflitto d’interessi.

Il mattino dopo, passeggiando per il mercato, mi rendo conto delle differenze che passano nel modo di intendere la vita. Il senegalese è commerciante e vende di tutto;  il centro della città è vivo fin dalle prime ore del mattino quando arriva il pesce fresco, le strade sono strette e da entrambi i lati le piccole bottegucce, spesso arrangiate con due bastoni in legno che sorreggono una lamiera, sono un insieme di colori, grida e odori. La cosa che più mi colpisce, però, è la profondità degli sguardi. Abituato a camminare per le strade di Torino dove ognuno vive la propria vita, rivolge lo sguardo assente solo davanti a sé, senza prestare alcuna attenzione alle persone intorno, qui vengo ripagato da sorrisi incantevoli, sguardi prolungati, saluti e strette di mano.

Qui la gente è abituata a guardarsi negli occhi e mi piace tantissimo, mi trovo davvero a mio agio, passeggiare per il mercato mi riempie di gioia.

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