Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

20 ottobre 2011

Il senegalese è commerciante e in quanto tale sa che può fregare l’acquirente ingenuo e inesperto, ragion per cui ad acquistare le verdure e il pesce per il Thie Bou Jenn (il piatto tipico locale) è Youssou, ma il solo fatto di andare in giro con i bianchi fa si che i prezzi lievitino anche fino a 5 volte. Durante la spesa del sabato mattina al mercato, il mio amico accompagnatore si mette a litigare con una signora che di mestiere toglie le lische ai pesci, perché gli propone di gonfiare il prezzo e poi dargli una percentuale, arrivano quasi alle mani e alla fine intervengono una decina di persone a calmare gli animi. Li per lì non capisco niente, solo dopo mi spiegano che Youssou stava prendendo le mie difese.

L’idea che i senegalesi hanno dei bianchi mi lascia senza parole. Passeggiando per le vie di Thies sento ripetermi la stessa parolina, soprattutto dai bambini, che mi guardano, sorridono e dicono “toubab”. Toubab significa “uomo dalla pelle bianca”, non è un’offesa e non è detto in senso dispregiativo, semplicemente è un’etichetta che porti addosso e non te ne staccherai mai.

Con Milena discuto della volontà comune di immergerci nella cultura locale, nell’integrarci nelle abitudini e nella vita dei ragazzi, di frequentare e fare quello che fanno loro, ma lei, desolata, mi spiega ch,e esclusi rarissimi casi, è molto difficile che un ragazzo senegalese vada oltre una chiacchierata di cinque minuti e i convenevoli del caso con un bianco. Le eccezioni a cui facevo cenno sono , ad esempio, Youssou e Sadio, anche se però sono legati alle ragazze per questioni rispettivamente sentimentali e lavorative. Milena mi racconta dell’impossibilità di restare a vivere qui con Youssou dicendomi “Ale, il problema nel vivere qui è che sono troppo bianca”.

La diffidenza verso i bianchi è dovuta all’esperienza di questo popolo con la maggior parte degli uomini dalla pelle chiara.

I toubab che vivono qui solitamente frequentano luoghi diversi dalla gente locale, vivono alla maniera toubab e l’unica relazione intessuta con la gente del posto passa attraverso l’elemosina e qualche regalino qua e la, se non solo la frequentazione di bordelli o di cameriere sfruttate per pochi euro.

Questo è quello che avviene oggi, ma c’è un aspetto legato alla storia: il bianco è identificato col colonizzatore e lo scetticismo dei senegalesi è senz’altro retaggio di tutte le malefatte e i soprusi subiti in secoli di storia di colonizzazione. Li abbiamo letteralmente schiavizzati e ridotti alla povertà totale; l’apparente decolonizzazione del secolo scorso, poi, è stata solo uno specchietto per le allodole, oggi in Africa a comandare è sempre l’uomo bianco.

Aldilà dello strapotere economico delle multinazionali che si stanno impossessando dei consumi di tutti i paesi in via di sviluppo, le numerose guerre in corso in Africa seguono il medesimo copione: c’è un paese ricco di una risorsa preziosa, se esiste un governo eletto democraticamente che reclama la libertà di gestirla alle condizioni che meglio crede, allora un governo occidentale finanzia e fomenta un gruppo di rivoltosi; così scoppia la guerra civile, seguono le rappresaglie e colpi di stato armati. Dall’altra parte si trova la fazione fedele al governo attuale che intesse di solito accordi con un’altra superpotenza, la quale a sua volta arma l’esercito e lo organizza per la resistenza armata. Alla fine uno dei due gruppi avrà la meglio e seguiranno condizioni migliori per gli interessi economici della superpotenza che lo supporta in maniera pseudo-occulta.

E’ quello che ad esempio è successo in Congo per accaparrarsi il Coltan (minerale usato per la produzione di componenti elettronici, utilizzati anche nel pc da cui scrivo); dietro ai protagonisti della guerra civile c’erano Stati Uniti d’America e Francia, i primi hanno messo al potere una quindicina di anni fa il generale Denis Sassou Nguesso con un colpo di Stato al governo allora supportato dalla Francia; lo stesso schema si è ripetuto altre volte,  come in Sierra Leone per i diamanti o come succede in tanti altri Stati per il petrolio. Questione di business. Le guerre si fanno tutte per business. Gli Stati occidentali si fanno la guerra nel modo più meschino, nascondendosi alle spalle di gruppi addestrati e finanziati segretamente, e magari allo stesso tempo i capi di stato si stringono la mano durante qualche incontro istituzionale. Sono marionette che recitano l’eterna commedia dell’ipocrisia. A pagarne le conseguenze sono sempre e solo generazioni di giovani che muoiono, fratelli che si sparano addosso, fomentati dalla promessa di denaro e potere. La nostra psicologia perversa gioca sulla voglia di riscatto di personaggi carismatici, sottratti a una vita di stenti e fame, in un piccolo villaggio nella foresta, incantati da una montagna di soldi e poi messi lì a governare, sotto il perenne ricatto dei governi occidentali.

In “Occidente” spesso sappiamo ben poco di quel che succede quaggiù, nonostante i nostri beni di consumo di ogni giorno siano spesso frutto del sangue di altre persone come noi, spesso solo molto lontane. Ma è così che funziona e chissà per quanto la nostra coscienza rimarrà addormentata.

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