Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

25 ottobre 2011

In una delle nostre solite passeggiate ci imbattiamo in un groviglio insolito di gente elegante e macchine lavate a puntino di fronte ad un hotel. Ci fermiamo perché si tratta di un’esperienza imperdibile. In pratica lì dentro c’è un predicatore, il marabout, che è il discendente di Selin Touba. Quest’ultimo è un personaggio leggendario che si è opposto ai colonizzatori francesi che volevano imporre il loro potere e anche la loro religione e lui ha combattuto in tutti i modi per difendere la comunità islamica senegalese.

Fin qui niente di strano, anzi, ma poi la leggenda vuole Selin Touba protagonista di una serie di miracoli, come ad esempio la volta in cui venne chiuso in un forno crematorio dai francesi e alla riapertura lo ritrovarono illeso che leggeva passi del Corano oppure la volta in cui pregava restando sospeso sulle acque.

I suoi figli, i marabout, che poi ho scoperto non si tratta dei soli figli naturali ma anche dei figli dei fratelli e degli amici più stretti, girano per il paese predicando e raccogliendo l’adulazione dei fedeli che li riempiono, aimè, di un sacco di soldi. Ed infatti il nostro marabout gira in limousine. Queste pratiche religiose riguardano l’islam senegalese, di cui è seguace Youssou che infatti conosce un bel po’ degli accompagnatori dell’adulato, e si differenzia dall’islamismo tradizionale in cui invece crede Sadio.

Poi all’improvviso, il colpo di scena: il marabout in persona esce dall’hotel dove ha appena finito di predicare e, tenetevi forte, alla vista di noi tre bianchi (rarissimo da queste parti) ci osserva e ci chiama a se. Tutti sono increduli e ci guardano pieni d’invidia, ci avviciniamo, Youssou si getta ai suoi piedi baciandogli le mani, noi salutiamo un attimino imbarazzati, lui pronuncia qualche parola in wolof, la lingua locale, e se ne va via con lo strascico di fedeli dietro.

Il nostro amico è entusiasta e incredulo e ci spiega che abbiamo ricevuto la sua benedizione e da quel momento in poi noi vivremo nel bene e sotto la sua protezione. A questo punto dovrei essere convinto che questa botta di culo debba da sola valere il prezzo del biglietto e che dovevo arrivare fin qui per avere la protezione contro il male per il resto dei miei giorni. Ma chissà perché, le leggende metropolitane che lo riguardano, l’area pomposa e chiccosa e la limousine che lo accompagna di predicazione in predicazione mi fanno volare basso. Ad ogni modo anche questo è Senegal.

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