Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

28 ottobre 2011

Nelle nostre passeggiate serali, vaghiamo per i quartieri di Thies osservando ogni minimo particolare, sgranocchiando cibo di strada che le donne vendono di fronte l’uscio di casa e discutendo. Al nostro passaggio attraiamo interesse e curiosità, siamo diversi, i bambini esclamano “toubab” e poi si avvicinano dicendoci “bon jour”, vogliono stringerci la mano e ci regalano splendidi sorrisi. Lo stupore dei bambini nei nostri confronti è dovuto al fatto che non si vedono tanti bianchi da queste parti e per i più piccoli si tratta di una novità assoluta, gli uomini dalla pelle chiara li hanno visti soltanto nei film o nelle pubblicità che trasmette la tv e a volte si avvicinano solo per toccarmi il braccio e la gamba con l’aria stupita.

In generale tutti ci sorridono e salutano e si offrono spesso di aiutarci a trovare la strada o per qualsiasi altro motivo. Le strade sono raramente asfaltate e quasi mai illuminate, nelle serate di luna piena però rimane tutto ben visibile anche dopo il crepuscolo. Molto spesso per strada i bambini giocano a calcio a piedi nudi e con addosso le maglie dei calciatori famosi dei club europei, squadre italiane comprese, in abbozzati campi di sabbia e terra; quando mi ci trovo in mezzo, mi piace farmi coinvolgere nel loro gioco e allora non appena mi avvicino al pallone li riempio di entusiasmo, quasi si aspettino che io giochi come Del Piero o Totti.

Allora propongo di tirare un rigore e i bambini quasi litigano per chi fa il portiere. Poi posiziono la palla a terra, sentendo decine di occhi addosso che mi fissano, la tensione sale, preparo la rincorsa ed il mio orgoglio schizza alle stelle. Proprio in questo istante mi sovviene ogni volta lo stesso identico pensiero: seppur molti di voi sono a conoscenza delle mie modeste doti tecniche, voglio essere all’altezza della situazione e non fallire il penalty. Un vecchio maestro mi ha insegnato che in situazioni paragonabili ad un rigore tirato in un campo di calcetto, la cosa migliore da fare è tirare di punta. Si segna quasi sempre.

E così, prendo la rincorsa, rallento facendo la finta, tiro una punta grezza e supero il portiere. E’ un tripudio, esulto, i bambini mi abbracciano e mi danno il cinque. Sono il nuovo Del Piero. Poi riprendo la mia strada verso destinazioni ignote, e mi lascio alle spalle il mio grande momento di gloria.

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