Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

7 novembre 2011

In giro in questi giorni si vedono solo montoni, la città è letteralmente piena di montoni. La giustificazione sta nel fatto che domani c’è la grande festa del Tabaski, si tratta di una festa musulmana che ricorda il sacrificio di Isacco: Dio chiese ad Abramo di uccidere il figlio Isacco, ma poi gli concesse la grazia di poterlo sostituire con un montone. E’ un episodio narrato nella Bibbia, ma Abramo è un profeta anche per l’islam.

Per il Tabaski ogni membro della famiglia che ha una rendita da lavoro deve uccidere un montone, così capita che per ogni famiglia si uccidano anche 4 o 5 montoni e si fanno dei gran pranzi anche invitando altri familiari e ospiti. Considerate però che quando parlo di singola famiglia non parlo della famiglia come la intendiamo noi: qui il nucleo familiare è composta dai genitori, i figli e le famiglie dei figli (di solito le famiglie dei figli maschi), e da contare anche i frequenti casi di poligamia, per cui non è raro che una casa abbia tante piccole stanze e un nucleo familiare possa essere composto anche da 10/15 persone.

Uno dei valori più belli che ho rivalutato qui è la generosità. Chi lavora in famiglia compra da mangiare per tutti e se guadagna qualcosa in più, il surplus copre le piccole spese come ad esempio le medicine per la zia o la retta per la scuola della nipotina; chi può permettersi di avere ogni giorno di che mangiare lo condivide sempre con tutta la famiglia e ne prepara in abbondanza per donare qualcosa alle famiglie dei vicini di casa, che magari stanno passando un momento di difficoltà. In buona sostanza, se i senegalesi eccellono per generosità, di contro non sono dei gran risparmiatori e per loro il guadagno che conta e che li appaga è quello necessario a mangiare per la giornata, per domani si vedrà.

Un giorno, con Luisa e Milena, decidiamo di fare una camminata a piedi e dopo alcuni chilometri, sfiancati dalla fatica e dal sole cocente, ci decidiamo a prendere un mezzo di trasporto che passa per quella strada interurbana, però stranamente sono sempre tutti pieni e allora una macchina ci vede in preda alla disperazione e si ferma. Sono tre ragazzi e si offrono di farci da trasporto a pagamento, poi ci prendono in simpatia e ci portano a casa loro.

Vivono in un piccolo villaggio, la casa è pressappoco una baracca, ma ci danno dell’acqua fresca che desideravamo ardentemente e dei Koni, cioè dei frutti verdi che all’interno hanno tre cavità con della pasta gelatinosa che si mangia succhiando. Poi ci mettiamo a parlare un po’, il padrone di casa ci presenta i due suoi piccoli figli e la moglie, che è visibilmente gelosa delle due ragazze bianche che il marito le ha portato a casa, ci intratteniamo più del previsto e ci offrono il pranzo. A noi e anche a tutti i suoi gli amici si intende. Siamo una decina e ci mettiamo tutti attorno al vassoio di Thie Bou Jenn (il piatto tipico senegalese fatto con riso, verdure e pesce) e discutiamo sulle abitudini occidentali di cui loro sono piuttosto curiosi.

Dopo riprendiamo il nostro cammino e non hanno nessuna intenzione di accettare il piccolo contributo che volevano offrirgli per la loro ospitalità. Il piccolo maschietto, che dapprima si nascondeva timidamente, dopo un po’ di giochetti si è affezionato a me e adesso non mi vuole più lasciare andare. Mi tocca promettergli che sarei ritornato in futuro.

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