Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

11 novembre 2011

Una sera andiamo a casa di alcuni amici di Youssou perché gli avevo parlato della mia passione per la musica e per la chitarra. Entriamo attraverso una porticina in un piccolo vicoletto e si tratta di una sorta di stalla con una decina dei pecore, attraverso cui si accede ad uno stanzino che è il luogo di ritrovo di un gruppo di ragazzi amanti della musica e delle droghe leggere. Difatti dentro ci sono un paio di chitarre, una tastiera, una tv che trasmette video musicali, un joint che gira e in sottofondo l’incessante puzzo di sterco animale, a cui evidentemente i presenti sono ben abituati. I ragazzi sono perlopiù rasta con addosso maglie di Bob Marley e cominciamo a suonare insieme, per fortuna qualcuno parla inglese.

Il proprietario dello stanzino mi spiega che loro sono devotissimi figli di Allah e infatti subito dopo mi accorgo che alle pareti sono appese immagini di santoni tra cui l’ormai noto Selin Touba; poi lui mi suona un bel pezzo in stile reggae che parla del desiderio di pace e libertà del popolo africano e quindi mi invita a fargli sentire qualcosa di europeo.

Io, spavaldo come mio solito, mi accingo a suonare un riff che in realtà è americano ma non fa niente, si tratta pur sempre di musica occidentale, poi suona di nuovo lui e poi è il mio turno e mi chiede di cantare, lo faccio giocando la carta Gaber che va sempre bene, sbaglio diverse volte le parole, ma non importa, tanto nessuno capisce una virgola di italiano, ma lo faccio mostrando sicurezza e a loro piace, così rimaniamo d’accordo di rivederci nelle sere a venire.

Chissà se riuscirò a suonare in pubblico anche qui. Allungherebbe la trafila di esperienze musicali positive, dopo quella con i BitterMilk a Torino o quella volta a Berlino, durante un viaggio organizzato dall’università, quando mi trovai a suonare in un pub sperduto con un gruppo rock, in seguito alle insistenze di qualche amico che aveva bevuto troppe birre tedesche. Spero di ripetermi anche qui … vi terrò aggiornati.

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