Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

17 novembre 2011

Vi dicevo qualche giorno fa del Tabaski, la festa più importante dell’anno per i musulmani, in cui tutti gli uomini che possono permetterselo comprano un montone e lo uccidono. Io ho trascorso questo giorno di festa a casa di Sadio, la nostra amica e collega di lavoro. A casa sua sono stati uccisi ben 8 montoni e anch’io mi sono dato da fare nella fase di apertura e scuoiamento. Chi compra il montone è soddisfatto ed orgoglioso, d’altronde non tutti se lo possono permettere, per cui si tratta di una dimostrazione di benessere e il fatto che in questa famiglia vi siano 8 uomini che hanno un reddito mi fa supporre che la famiglia di Sadio stia bene rispetto alla media.

Youssou invece è il primo anno che lo compra perché da poco ha un lavoro, grazie ad un motorino comprato con microcredito fa il servizio di “MotoTaxi”, però un montone può costare l’equivalente di 60-100 Euro, variabile col peso e i risparmi che ha messo da parte non bastano, considerato anche che tutti si fanno il vestito nuovo in occasione della festa. E allora, in prossimità della festa, gli è toccato lavorare 18 ore al giorno ininterrottamente, senza mangiare niente per guadagnare gli ultimi franchi e comprare, alla soglia limite della mattina della festa, il montone che tanto desiderava e tanto lo ha reso felice.

Diversa sorte è toccata ad un povero padre, che aveva messo da parte i risparmi di mesi di lavoro, che con i figli per mano si è recato in piazza per comprare il suo montone e i vestiti appena cuciti dal sarto per tutta la famiglia, quando si è accorto di aver perso il denaro che aveva in tasca, disperato è scoppiato in lacrime, buttandosi a terra sulle ginocchia, abbracciato dai figli sconsolati. Si tratta proprio di una questione d’onore e la gente ci tiene tantissimo.

Tornando alla mia giornata, dopo aver ucciso e scuoiato i montoni, per l’ora di pranzo si mangia la carne fresca e il fegatino e nel pomeriggio si continua a lavorare, pulendo le interiora, tagliando bene la carne rimasta. Poi si mangia ancora riso e carne e poi ancora a lavoro. In verità nel pomeriggio sono più le donne che lavorano, gli uomini fanno il tè davanti la porta e discutono con gli amici di sport, politica, del miraggio dell’Europa. Chi c’è stato ed è tornato sfoggia con orgoglio il suo benessere, mostrando i-pad e i-phone (di copia cinese) con le foto del duomo di Milano, della Tour Eiffel o delle colline svizzere; invano cerco di spiegare che non è tutto rose e fiori e che spessissimo chi attraversa il mediterraneo è costretto a condizioni di vita ben peggiori di quelle che aveva nel paese natio.

Le donne nel frattempo cambiano dai 3 ai 4 vestiti e man mano che si arriva alla sera sono sempre più eleganti e si crea per le strade un bel clima di festa. Per quanto mi riguarda giro altre case tra amici, conoscenti e le case delle molteplici mogli degli amici e arrivo a sera che mi sento anch’io un montone ripieno. Però sono soddisfatto di aver passato una bella giornata in compagnia e di aver imparato tante cose nuove; ad esempio scopro che tutta la carne rimasta non viene subito conservata in frigo, ma si regala ai poveri, a chi non si è potuto permettere di acquistare il montone, perché è giusto che tutte le famiglie possano festeggiare il proprio Tabaski.

La sera, la festa prevede che si faccia visita nelle case dei parenti e secondo tradizione si chiede scusa, “Balma akh” nella lingua locale, per tutto il male che si è fatto a chi ci sta vicino, anche involontariamente, nell’anno trascorso e che Allah perdona. Anch’io faccio un “tour delle scuse” accodandomi alla sorella di Sadio e suo marito che parla italiano perché ha vissuto a Treviso per 11 anni, e giro con loro le case di gente che non ho mai visto e quasi mi dispiace non aver niente per cui chiedere scusa.

A sera la festa si chiude a casa propria bevendo latte caldo dolcissimo, così si fa in ogni occasione di festa in cui si mangia tanto. È ora di tornare a casa e alzandomi dal divano, dove distesi guardiamo in tivù il concerto in diretta di artisti senegalesi, inciampo su un vassoio facendo cadere a terra qualche bicchierino di latte. Mi sento terribilmente in colpa, ma ricordo che oggi è il Tabaski e me la cavo con un salvifico Balma akh.

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