Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

23 novembre 2011

In Africa, ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che per sopravvivere dovrà correre più del leone. In Africa, ogni mattina, un leone si sveglia e sa che per mangiare dovrà correre più della gazzella. Non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre. Così recita un famoso detto. E io aggiungo: questa mattina in Africa il leone e la gazzella non si sono svegliate. Ma per capirlo facciamo un passo indietro.

È arrivato da un paio di giorni Antonio, un simpatico amico di Milena, che ha deciso di trascorrere qui la sua settimana di ferie. Ne approfittiamo per organizzare un viaggio che volevamo fare da tempo, nella regione di Tambacounda per visitare Niokolo-Koba, il parco nazionale più grande dell’Africa Occidentale (90 mila ettari!), le cascate di Dindefelo e i paesi Bassari, abitati da aborigeni animisti.

Il primo giorno è dedicato interamente al viaggio. È una tragedia. L’organizzazione non è il forte dei senegalesi e più volte rischiamo di perdere la pazienza ma alla fine, tra mille difficoltà, ritardi e coi mezzi più improponibili arriviamo all’accampamento alle porte del parco in serata, pronti per fare il safari il mattino dopo. La mancanza di corrente elettrica e di acqua corrente passa in secondo piano, data l’euforia di andare nel parco e vedere in azione gli animali della foresta.

Il mio obiettivo dichiarato fin dall’inizio è avvistare il re assoluto, il leone, e lo comunico subito alla guida, la quale ridendo mi da poche speranze perché, mi spiega, nella stagione autunnale la vegetazione è molto florida, data la fine recente delle piogge, per cui il sottobosco è molto alto e di animali se ne vedono pochi. Il leone in particolare è raro da vedere e in 20 anni di esperienza lui l’ha visto solo 4 volte durante la “bassa stagione”. E di fatti siamo gli unici sfigati a girare in fuori strada le vie sterrate del parco. È la medesima sensazione di trovarsi in un lido il 20 Dicembre mentre nevica.

E di fatti le prime ore di safari sono povere di risultati, vediamo qualche uccello simile alle quaglie e nulla più. È questa la ragione per cui dico che questa mattina, in Africa, il leone e la gazzella non si sono svegliate. Dopo un po’, forse per non farci sentire troppo sfigati, la guida ci fa vedere una pantera che è tenuta all’interno di una zona recintata. Infatti si tratta di un cucciolo sopravvissuto ad una tragica sciagura: un bracconiere “toubab” ha ucciso la madre e tentato di portarsi dietro i suoi tre cuccioli, per fortuna le guardie lo hanno bloccato in tempo e cercato di salvare la vita alle povere bestie; oggi ne è sopravvissuta una grazie alla fondazione Brigitte Bardot che ne ha curato la protezione e l’allevamento in cattività.

A proposito di bracconaggio, la guida ci spiega che era un’attività frequentissima un tempo e in parte avviene ancora ora, ed è la causa del continuo spopolamento di animali nel parco, che tempo fa doveva essere molto più pieno di elefanti, zebre, felini, scimmie di tutti i tipi etc. Sarà, ma io voglio vedere il leone e ci spero ancora. Ma del leone nessuna traccia. E nemmeno della gazzella. Semmai avvistiamo in lontananza un’antilope e qualche scimmia che si avvicina in cambio di formaggini, mi impressiona la loro somiglianza con l’uomo, lo sguardo, gli occhi e le dita.

Più tardi tentiamo un giro in pagoda sperando di beccare qualche animale che va a bere al fiume. Così non è, tuttavia vediamo diversi coccodrilli e ippopotami. Ma io volevo vedere il leone. Qualcuno mi fa notare che dato il nostro magro bottino potevamo anche andare allo zoo di Dakar, che è ad un’ora da casa, e lì vedere tutti gli animali senza dover sbattersi più di tanto. Ma non è la stessa cosa, sarebbe stato tutto così falso. Ma è arrivata l’ora di uscire e spostarci verso il villaggio dove passeremo la notte.

Questa storia non può finire così, merita un finale diverso. Forse intuite già a cosa mi riferisco. Usciamo dal parco e prendiamo la strada che lo costeggia quando è già buio. All’improvviso a soli due metri da noi, sul ciglio stradale, due grandi occhi s’illuminano nel buio. Me lo sentivo che sarebbe successo. Una leonessa affamata, questa mattina in Africa si è svegliata, ed evidentemente non ha trovato la sua gazzella, ragion per cui si è spinta fin fuori dal parco per cercare da mangiare. Ed è qui a pochi metri da noi, l’emozione è fortissima.

Potrebbe essere molto pericoloso fermarsi, ma la voglia di ammirare la sua eleganza è troppa e l’adrenalina sale alle stelle. Poi ci accorgiamo che razionalmente, seppur estremamente interessante, tutto ciò è molto pericoloso e allora ripartiamo lasciandoci dietro la leonessa e un’enorme soddisfazione del sottoscritto. Youssou nota la mia gioia e mi confida di aver pregato Selin Touba perché ciò accadesse, faccio finta di credergli e lo ringrazio. Oggi in Africa, non importa se il nostro 4×4 impaurisce la leonessa oppure forse ai suoi occhi noi siamo le sue gazzelle, ciò che importa è che domattina mi dovrò svegliare per cominciare a correre. Lo farò con l’orgoglio di un leone.

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