Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

26 novembre 2011

La vacanza continua ed oggi ci aspettano le cascate di Dindefelo e i paesi Bassari. Per arrivare alle cascate passiamo da un boschetto meraviglioso dalla vegetazione molto simile ai nostri boschi della macchia mediterranea. Lungo il sentiero incrociamo il percorso di un torrente dove le donne del villaggio vicino si recano per lavare i panni, i figli, e se stesse. Per loro dev’essere un’occasione di socializzazione, per chiacchierare, magari spettegolare, lontane dagli occhi di mariti spesso troppo protettivi. Per noi si tratta di un tentativo ben riuscito di brusca invasione della loro intimità. Cerco di fare l’indifferente ma non posso che ammirare la loro bellezza e il loro impegno di lavandaie e penso a quanto dev’essere bello vivere la terra, stare a stretto contatto con la natura; per loro quel torrente è tutto, è la vita, è il luogo di incontro, è la risorsa necessaria alla sopravvivenza.

Lungo il sentiero ci sono diverse liane, proprio uguali a quelle che usa Tarzan per raggiungere Jane in compagnia della sua fidata Cita. Difatti il boschetto è popolato da Scimpanzè, ma noi non li incontriamo, semmai potete scorgere nella foto un esempio di specie poco evoluta che si dimena, con scarsi risultati, nell’arte dell’attraversamento del torrente aggrappandosi alle liane.

Su un dirupo vi è una grossa cassa di legno, frenata da dei grandi tronchi, la guida ci dice che secondo la leggenda li vi si nasconde un tesoro. Allora gli domando subito perché mai nessuno si è mai ingegnato di prenderla e aprirla. La sua risposta mi spiazza: “i nostri avi hanno pensato che è giusto lasciarla lì dov’è e mai nessuno di noi si sognerebbe di toccarla”. Questa volta, come tante altre, la saggezza del popolo senegalese s’infrange sui pensieri materialistici e veniali di un ragazzetto occidentale. La vita è fatta d’altro, non esiste solo il possesso, il denaro. Dovrò capirlo prima o poi.

Quando raggiungiamo la cascata stavolta è la bellezza della natura a darmi l’ennesimo schiaffo morale. La cascata, alta un centinaio di metri, è uno di quei monumenti naturali che lasciano a bocca aperta e che non puoi fare altro che ammirare e pensare a quanto siamo piccoli confronto all’eternità della natura e ai suoi tesori. È un vero paradiso e io ci sono dentro.

Con una piacevole sensazione di appagamento, ci allontaniamo verso i paese Bassari. Qui vive una comunità di 200 persone circa che conducono uno stile di vita curioso, conseguenza di alcune vicissitudini storiche particolari. Praticamente si tratta di una comunità animista che non ha subito l’evoluzione e il progresso civilizzatore. A vedersi sono molto coloriti e truccatissimi dappertutto. Centinaia di anni fa i musulmani li volevano convertire con la forza, e allora loro si rifugiarono tra i monti. Seguirono scontri violenti in cui i musulmani tagliavano i genitali agli uomini e i seni alle donne e altri simili soprusi, fin quando decisero di sacrificare le vite di sette giovani alle api del grande baobab, che punsero ovunque il capo dei musulmani il quale morì dopo cinque giorni. Da allora i Bassari decisero di costruire il villaggio attorno a quel sacro baobab, tra i monti.

Qualche tempo dopo, arrivarono i cristiani che però furono più tolleranti e diedero un aiuto principalmente medico e dopo lasciarono liberi di scegliere se diventare cristiani e in quel caso gli consigliarono di mantenere almeno in parte le loro tradizioni animiste. E così, oggi gli abitanti dei paesi Bassari sono un misto cristiano-animista dove c’è una chiesa e un prete che sale su in montagna a celebrare messa ogni domenica ma contemporaneamente si crede allo spirito degli alberi o di alcuni animali.

Li raggiungiamo attraverso un sentiero tortuoso, arrivati lassù scambiamo la possibilità di fotografarli con sapone e noci di cola (la materia prima che da il gusto alla famosa bibita gassata) e loro ci raccontano la loro storia e le loro bizzarre abitudini come quella per le donne sposate di infilarsi una stecchetta di legno nel naso o quella di chiudere per 5 mesi in una stanza tutti i giovani in età adolescenziale con gli anziani del villaggio, per il rito di iniziazione, in cui si insegna come vivere, come lavorare, come fare famiglia e procreare oppure.

Tutto molto interessante ma ad un certo punto mi capita di fissare lo sguardo di una donna e comunicarle con gli occhi la domanda “ma io cosa ci faccio qui?” e leggere nei suoi “ma tu cosa vuoi da me?”. Vi dirò che mi sono pentito di essere andato fin li. Infondo che diritto ho io di invadere la loro vita? Loro vivono lì in pace da secoli, tranquilli. E io, così come tanti turisti prima di me, entro in casa loro solo per assecondare una curiosità da neoesploratore in 4×4 e zaino da trekking, abituato nella vita a divorare tutto, anche la conoscenza. Ma qui non siamo allo zoo e loro non sono delle bestie. Sono esseri umani e hanno diritto di stare in pace, senza che un gruppo di toubab invada la loro quotidianità.

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