Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

4 dicembre 2011

Ormai sono passati due mesi da quando sono arrivato in Senegal e, devo dire, mi sono ambientato abbastanza bene. Mi sono fatto anche degli amici che frequento soprattutto la sera quando ho bisogno di distrarmi dal lavoro alla tesi. Youssou già lo conoscete, la sera spesso giro in motorino con lui ed è bello perché conosce tutti e mi porta ovunque voglia.

Nota negativa: ha da poco montato un clacson dal suono parecchio fastidioso che sostituisce il grido “EH!” precedentemente usato per salutare, avvisare un passante che deve attendere prima di attraversare, intimare una macchina di stare effettuando un sorpasso. Tutto questo, ed altro ancora, avviene con una frequenza di 30 secondi e giuro che qualche notte quel clacson glielo rompo. Preferivo di gran lunga quando gridava ”EH!”.

Un altro amico è Elie, il gestore dell’internet point vicino casa. Il nostro rapporto è iniziato subito bene da quando il primo giorno che ho usufruito della sua connessione, peraltro a prezzi stracciati, mi ha offerto una bottiglia di birra dicendo che dalle sue parti si usa così, lo ha fatto parlando in inglese e questo di certo ha facilitato i nostri rapporti.

Col tempo ho indagato su quali fossero quelle “sue parti” e ho scoperto che Elie è cristiano ed è originario del Ruanda. In più ho scoperto che la madre era di etnia Tutsi e il padre di etnia Hutu, e per chi conosce la storia del genocidio del Ruanda degli anni novanta capisce cosa ciò possa significare. Suo padre è morto di malattia nel 1992, un fratello è morto durante al guerra civile e la madre è stata uccisa perché era intollerabile che una Tutsi avesse sposato un Hutu. A volte l’uomo è capace di compiere azioni inconcepibili in nome di falsi ideali basati sul nulla.

Fatto sta che di quell’unione, che era come un fiore nel deserto, un inno alla pace, è rimasto lui, il mio amico Elie, gestore di un internet point nel quartiere Diakao di Thies. Che poi internet point è proprio una parola grossa, si tratta infatti di una stanza di casa sua su cui ha montato delle postazioni pc collegate al suo modem, da un po’ di tempo il mio posto personale per connettermi è il tavolino davanti la porta della sua stanza.

Grazie alle sue amicizie ho potuto conoscere posti nuovi, come un pub dove trasmettono le partite di calcio internazionale o un ristorantino dove servono carne di maiale, ed ho potuto anche vedere concertini, come quello di una fantastica jazz band americana e fare esperienze insperate come suonare nella sala prova della band più nota del quartiere o assistere in diretta al programma radiofonico del sabato sera in cui Elie fa il deejay, nello studio radiofonico con tanto di sala insonorizzata, cuffie e microfoni.

Un giorno gli ho chiesto perché vive qui e lui semplicemente mi ha detto che lo fa per lavoro e viaggiare gli piace. Non avevo mai considerato la possibilità che un africano potesse viaggiare e spostarsi nella speranza di una vita migliore in un altro paese africano. Non so perché ma istintivamente ero portato a pensare che migliorare le condizioni di vita dovesse per forza significare arrivare in Europa. Mi sbagliavo.

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