Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

7 dicembre 2011

Alla fine di una settimana di lavoro molto impegnativa, con Antonio, Milena e Luisa decidiamo di passare il weekend nel deserto. Infatti ad un centinaio di chilometri a nord di Thies si trova il deserto di Lampoul, che è il tipico deserto africano, con le dune, i cammelli e il sole che batte.

All’arrivo alla città più vicina aspettiamo diverse ore, perché la puntualità negli appuntamenti in Senegal è proprio un optional e i ritardi sono molto tollerati. Poco male, perché ne approfittiamo per fare amicizia con i bambini del luogo a cui compriamo un pallone; gli sembra un regalo meraviglioso, probabilmente la sorpresa più bella della settimana, qui è estremamente semplice rendere felici 20 bambini con soli 2 Euro. Organizziamo una partita, ma rincorrerli è davvero un’impresa, dopo due minuti sono stanco morto.

Arrivati nel deserto, passiamo la notte proprio in mezzo alla sabbia, dormendo in tenda in un accampamento. Il deserto è come me lo immaginavo, non si vede altro che un orizzonte di sabbia, dune dorate. C’è scirocco e il vento cancella le orme dei passi e, più lentamente, cambia le configurazione degli avvallamenti, rendendo praticamente impossibile ritrovare la strada percorsa.

Noi non ci allontaniamo più di tanto dall’accampamento e mi sembra una saggia decisione dato che ci troviamo nella “prigione senza confini”. Le parole di De Andrè nella canzone Il ritorno di Giuseppe rendono l’idea di cosa sia il deserto, i granelli di sabbia sono “minuscoli frammenti della fatica della natura”, passando tra le mani quei granellini penso a quanto miliardi di miliardi ce ne siano e come con i millenni la natura abbia combattuto le rocce riducendole a minuscole particelle.

Non poteva mancare il giro in dromedario e si rileva un vezzo da turista più che una passeggiata avventurosa. I dromedari sono vecchi e puzzosi e sembrano davvero degli animali pacifici, questi passano la loro “pensione” a fare piccoli giretti per la gioia dei turisti e delle macchinette fotografiche.

La sera la cena all’accampamento è deliziosa, anche perché anticipata dalla performance di un gruppo di percussionisti e danzatori che ci coinvolgono con scarsi risultati e grazie al quale riesco a suonare un po’ anch’io il djembè. Andiamo a dormire stanchi, l’indomani ci si sveglia presto perché ci dobbiamo spostare verso Saint Louis.

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