Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

15 dicembre 2011

Qualche sera fa sono stato ad un matrimonio. Si sposava un’amica di Sadio e mi ha invitato. Cioè nel senso, è stata Sadio ad invitarmi, gli sposi nemmeno li conosco. Io ho subito accettato soprattutto perché è una delle rare occasioni per sentire gruppi di percussionisti dal vivo. È la prima volta in vita mia che mi imbuco ad un matrimonio.

Raggiungo Sadio a casa sua e la mia puntualità europea è resa vana da 2 ore di attesa per la preparazione delle donne. Poco male perché nel frattempo mi intrattengo con gli innumerevoli cugini, zii, sorelle con i quali scherziamo un po’. A volte basta anche una macchina fotografica per far divertire un gruppo di bambini per ore. Poi un cugino di Sadio insiste per avermi al suo fianco, accanto al vassoio di Thie Bou Jenn e mangiare insieme. Comincio a sospettare che al matrimonio non mangerò a sbafo e allora mi metto al sicuro con qualche cucchiaio di riso e pesce.

Al matrimonio andiamo con la sorella di Sadio e suo marito, che parla italiano perché è stato per anni a lavorare a Treviso, per fortuna trovo qualcuno con cui dialogare senza gli impacci linguistici del mio francese mediocre. Mi racconta della sua esperienza in Italia e delle sue due mogli in Senegal e mi invita a guardarmi bene intorno durante la serata per trovarmi una moglie.

La festa si svolge in un grande salone dove gli invitati, nell’attesa della sposa, si siedono su file di sedie ordinate rivolte verso una tavola imbandita. Entrando mi sento un po’ osservato, è inutile dire che sono l’unico bianco tra centinaia di invitati. E pensare che non volevo farmi notare, da buon imbucato. Se ciò non bastasse, il cameraman si avvicina e mi riprende fisso per lunghi interminabili secondi; la cosa si ripeterà diverse volte durante la serata.

Poi delle ragazze passano distribuendo qualcosina da mangiare, è un piattino con qualche assaggio, niente di più distante dai banchetti pantagruelici a cui siamo abituati, ma forse è meglio così. L’arrivo della sposa è anticipato da una specie di sfilata di coppie di ragazzi, fa tutto parte dell’animazione, poi arriva lei in abito bianco elegantissimo e si dispone di fronte la tavola. Del marito non c’è traccia, mi informo e mi spiegano che lui arriva dopo, prima sta con i suoi amici a divertirsi in giro. Sinceramente non lo vedo mai arrivare, neanche dopo, o forse non lo riconosco.

Tutti gli invitati, allora, si mettono in fila per consegnare il regalo, baciare la sposa, e fare la foto. La consegna dei regali dura tantissimo. Subito dopo entrano i percussionisti ed è il momento più bello della serata. Suonano divinamente e la gente comincia a sciogliersi, a liberarsi dalla formalità e dalla compostezza costretta da abiti molto eleganti e succinti. Le ragazze cominciano a buttare via le scarpe e a ballare in stile afro.

È una scena meravigliosa e penso a quanto sia assurdo che in quel momento proprio io mi trovi li in mezzo. Poi le amiche di Sadio notano che la situazione mi diverte e allora mi tirano in mezzo alla pista e mi ritrovo, impacciatissimo, a ballare da solo con tutti attorno che applaudono, ma non sono senegalese e questo è evidente. Non sono neanche un ballerino e anche di questo se ne accorgono subito.

Ciononostante il cameraman continua a regalarmi primi piani come ha fatto ripetutamente durante tutta la serata, mi chiedo se gli sposi, quando rivedranno il filmino della festa, saranno contenti di avere un toubab costantemente presente nella ripresa, che non sa ballare e che soprattutto non hanno mai invitato.

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