Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

19 dicembre 2011

In Senegal lo sport più seguito in assoluto è la lotta. È ancora più seguito del calcio nonostante un sacco di gente indossi le maglie dei campioni delle migliori squadre europee. La lotta in pratica è un rito, un ballo, un combattimento e un sport allo stesso tempo. In sintesi consiste nello scontro frontale tra due lottatori con lo scopo di far cadere l’avversario a terra con la schiena o col culo, seguendo determinate regole.

Nella foto di fianco potete ammirare un momento tipico della lotta senegalese svolta sulla sabbia, che vede impegnato un lottatore locale contro un avventore sprovveduto che, di lì a poco, avrebbe perso inesorabilmente, finendo più volte col culo a terra.

I più forti lottatori del Senegal sono i beniamini locali e vengono considerati delle vere e proprie star, le loro immagini sono appese nei locali, nelle macchine, persino nelle stanze da letto, in pratica dappertutto si trovano poster di questi enormi e muscolosi omaccioni, di fianco alle immancabili immagini dei santoni tipo Selin Touba e i marabout. I lottatori famosi sono molto ricchi, per un incontro arrivano a guadagnare anche diversi milioni di Euro.

L’arena è un grande spazio circolare attorno al quale si accalcano in migliaia tra sostenitori (ogni lottatore ha il suo gruppo di fedelissimi fan), musicisti, incitatori e ragazze che cantano. La preparazione alla lotta dura diversi minuti in cui gli atleti svolgono una sorta di preparazione, muovendosi con aria spavalda e pavoneggiandosi e addirittura mettendosi a ballare quando passano di fronte ai tamburisti. L’abbigliamento tipico consiste in un costume slip e poi diverse collane e amuleti e si buttano addosso anche dei liquidi che rappresentano la forza, il coraggio, l’imbattibilità. Il rito propiziatorio dura un bel po’ e si creano spesso momenti di tensione tra le tifoserie avversarie con accalcamenti confusionari ai bordi dell’arena che però non si risolvono mai con risse. Chi perde il combattimento si sente inutile, piange frustrato, si dispera disteso sulla sabbia e sembra svenire, il vincitore invece viene osannato dai supporter, festeggiato ed esaltato come un re.

Youssou una sera mi porta a casa sua a vedere un compatimento che trasmettevano in TV, quella sera tra i due lottatori c’era il “leone di Thies”, l’eroe locale. Ci sediamo con suo fratello, che non si distrae un attimo dallo schermo, mentre la sua piccola figlia di due anni è incontenibile e cominciamo a giocare insieme.

Ad un certo punto inizia il combattimento e in casa cala il silenzio, i lottatori si studiano mentre la tensione cresce. Continuano a girarsi attorno al centro dell’arena e a studiarsi, si guardano e ancora si studiano. Io a un certo punto mi rompo e allora ricomincio a giocare con la piccola, che come me sembra poco interessata alle sorti del leone di Thies. Ma a un certo punto un grido forsennato, fortissimo, assordante mi fa saltare in aria. Poche volte ho provato uno spavento simile. Poi vedo il fratello di Youssou che salta come un pazzo esultando, prende la sedia e la sbatte a terra, tutti si abbracciano. Inizialmente sono confuso, poi capisco che il leone ha fatto cadere il suo avversario vincendo la gara. Da quel momento ho capito quanto è importante la lotta per i senegalesi.

Un’altra sera invece sono andato a vedere un combattimento, mi ha subito colpito la calca di gente che provava ad entrare o ad arrampicarsi ovunque per riuscire ad assistere allo scontro, dentro l’arena c’è un enorme chiasso e pochissimo spazio per infilarsi e riuscire a vedere qualcosa, poi un incitatore gira per l’arena con un microfono attaccato a delle casse che stanno in piedi per miracolo, si avvicina a noi probabilmente colpito dal fatto che ci fosse un Toubab  in mezzo a un migliaio di senegalesi e mentre incita i lottatori mettendoci dentro qualche “Allah” e grida forsennate, si consulta col mio amico e poi comincia a gridare al microfono e nei suoi discorsi sento che a un certo punto dice “Italia” ed infatti la gente si gira a guardarmi. Questo momento di gloria ovviamente mi costerà qualche centesimo, ma comunque è da considerare un gran privilegio.

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