Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

23 dicembre 2011

Le donne senegalesi sono uno schianto. Sono eleganti e negli occhi neri sembrano custodire segreti millenari. Raggiungono il massimo del loro splendore quando camminano per strada con il contenitore con dentro la spesa sulla testa e il bambino attaccato dietro la schiena. Questa immagine dà proprio il senso dell’equilibrio, della perfezione, dell’armonia e simmetria del corpo. Camminano per chilometri in posizione perfettamente eretta, con chili di roba sulla testa avendo sempre le mani libere. Sono davvero bellissime.

Raggiunta una certa età però è facile che perdano il loro fascino e inizino un irrimediabile percorso verso l’obesità. I seni, una volta alti e appuntiti, si abbassano; il culo prima sodo e rotondo, gonfia sproporzionatamente. Questo è dovuto alla moltitudine di parti (in media ogni donna ha 5/6 figli) e al fatto che magari quando arriva in casa la nuora, comincia a fare tutti i lavori che faceva prima la suocera.

Quest’anno era stata proposta la candidatura delle donne africane al Nobel per la pace e dopo aver visto con i miei occhi ciò che sono capaci di fare posso dire che se lo meritano tutto. Da troppo tempo sopportano le ingiustizie di uomini poco volenterosi ma sempre pronti ad imporre i loro comandi e loro, le donne, ancora lì a lavorare nei campi, magari con il figlio attaccato dietro la schiena e poi a casa a preparare da mangiare e a pulire, a fare la biancheria e tutto il resto; con l’uomo che nel frattempo se la gode chiacchierando con gli amici mentre si prepara il the e che impone di essere servito e riverito al meglio.

Molto spesso le donne africane devono anche sopportare l’umiliazione di non essere considerate più attraenti o sufficienti ad appagare le voglie del marito, che per tale motivo porta in casa la seconda moglie e poi magari la terza e se va bene ancora la quarta. E basta però, perché il limite al numero di mogli consentito dalla legge senegalese è quattro. Ma soffermandoci ancora sulle ragazze, il loro fascino può essere compromesso da abitudini strane per noi occidentali, ad esempio qui è facile vedere una ragazza che sputa a terra.

Una volta, in macchina con Luisa, Milena e Sadio si parlava delle usanze regionali in Italia, arrivando a commentare il film Baarìa di Giuseppe Tornatore. Così intervengo  dicendo che molte scene del film raccontano di usanze che avevo già sentito dai miei nonni e riguardano episodi realmente successi a loro, come la scena iniziale in cui un signore chiede ad un bambino di sbrigare una commessa e poi sputa a terra intimandogli di tornare prima che lo sputo si fosse asciugato. E una sera, ritornando a casa dall’ufficio, Sadio chiede di fermarsi un attimo in un fast food per comprarsi la cena, poi mi guarda, sputa a terra e mi dice “torno prima che si asciuga”. Questa sì che è integrazione culturale!

P.s.: a proposito di Sadio, ricorderete che in una delle prime pagine del diario vi avevo parlato del suo corteggiatore che aveva già una moglie a carico. Bene ci sono novità, lui ha detto che la moglie non la lascia ma in compenso ha chiesto a Sadio di sposarlo e lei è d’accordo. Le nozze, secondo i programmi, saranno l’ultimo dell’anno quando già non sarò più qui, peccato questa me la perdo. Ad ogni modo sono felice per lei.

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