Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

27 dicembre 2011

Le cose più belle capitano per caso. Un giorno mi aspetta una visita al centro di riciclaggio della plastica di Joal per prendere dei dati utili al mio lavoro di tesi. La riunione è posticipata per impegni vari e allora faccio un giro per Fadiouth, l’isola di fronte a Joal costruita interamente sulle conchiglie. Non immaginavo che il paradiso si trovasse in Senegal su un’isoletta legata all’Africa da un ponticello in legno e sospesa su uno strato di 15 metri di conchiglie. La bellezza di questo posto è davvero sorprendente.

Sul ponte mi avvicina un ragazzo e comincia a parlarmi in un italiano stentato, volevo stare tranquillo e girare in i-Pod senza distrazioni, ma memore dell’esperienza alla Medina di Fez in Marocco (chi era con me sa a cosa mi riferisco), riconosco che in certe circostanze la guida è essenziale.

In una collinetta dell’isola c’è il cimitero misto Cristian-Islamico, scopro qui che i Musulmani si fanno seppellire direttamente sotto la terra, in verticale, con la testa rivolta a La Mecca. A proposito di religione, a Joal c’è una maggioranza cristiana e la parrocchia è attivissima, per caso in strada incontro un missionario italiano, richiama la sua attenzione Simon, un commerciante di oggettini in legno e collanine.

Il missionario mi apre gli occhi su quanto è difficile lavorare qui e portare a termine un progetto di cooperazione quando la classe politica locale, a cominciare da sindaco e assessori, si intasca i fondi e alla povera gente non arriva niente; loro si costruiscono le ville sul mare e la popolazione non ha scuole, ospedali, corrente elettrica e acqua potabile. Poi mi spiega di cosa si occupa: organizza vacanze sostenibili, cioè tour organizzati per vedere il Senegal… quello vero; ad ogni tappa il trasporto, il vitto, l’alloggio sono curati dalle famiglie locali, ed è un’occasione per dargli delle opportunità di vita dignitosa.

Si tratta di certo di una vacanza che non ha niente a che fare con i villaggi turistici pieni di gente che del vero Senegal non vedranno niente, ma un viaggio responsabile e autentico, un modo per fare del consumo critico anche scegliendosi le vacanze. Io, è chiaro, non sono qui in vacanza e non sono nelle condizioni di poter partecipare ai tour che lui organizza, ma è certo che in futuro, quando dovrò prendere delle decisioni in merito programmerò i miei viaggi considerando l’alternativa delle vacanze sostenibili.

Continuo il mio giro e incontro un gruppo di pescatori che, seduti a terra all’ombra, riparano le reti a mano, improvvisamente mi ritorna alla mente un piacevole ricordo: ero in Spagna, a Finisterre, un piccolo paese affacciato sull’oceano e, sulla piazza del porticello, anche lì un gruppo di pescatori riparava le reti, seduti a cerchio, e utilizzava la stessa identica tecnica. Due episodi lontani nel tempo e nello spazio che si legano tra loro apparentemente in modo casuale, ma dentro me acquistano il significato profondo del senso della vita e della storia dell’uomo, di secoli di guerre e conquiste rimane il senso minimo delle cose: un gruppo di pescatori che ripara le reti. La conferma che siamo tutti uguali, bisogna solo mettendo bene a fuoco il nostro modo di osservare e poi è evidente.

Prima di andare via, sul ponte di legno, incrocio un ragazzo che ha un gran sorriso stampato sul viso. Mi ferma, ma stranamente non lo fa per vendermi qualcosa, lo fa solo perché il mio volto lo incuriosisce e allora iniziamo a parlare e mi racconta che lui viene dalla Guinea ed è venuto in Senegal perché nella vita vuole fare il musicista. Parliamo in inglese e devo dire che è la persona che lo parla meglio tra tutte quelle che ho incontrato. Mi va di approfondire la questione musicale e lui mi spiega che fa il percussionista e il suo sogno è quello di conoscere le musiche di tutte le culture del mondo per incidere un album che possa racchiuderle tutte.

Il suo spirito d’iniziativa e la sua voglia di conoscenza musicale si trasformano in curiosità verso la musica che fuoriesce dall’i-Pod che tengo incollato ad un orecchio. Stavo ascoltando i Radiohead, album Hail to the Thief, traccia The gloaming , la linea ritmica è fatta in elettronica, gli dico che si tratta di “musica europea”, so benissimo che ne sto mettendo a dura prova la reputazione, dandola in pasto, come primo ascolto, ad un ragazzo che solitamente suona afro; infatti la smorfia sul suo volto sembra dire “ma che è sta cosa?”. Avrei voluto un approccio più moderato, ma stavo ascoltando quello e per onestà intellettuale ho preferito non cambiare.

Finita l’esperienza dell’ascolto, gli chiedo come mai sia venuto in Senegal per lavorare nella musica e lui mi dice che qui tutto è più facile per un musicista, immagino che ci sia un mercato organizzato, concerti, produttori, talent scout, incentivi alla produzione musicale e invece, il mio amico intende dire che semplicemente i ristoranti gli permettono di fare qualche serata, quando c’è un numero sufficiente di clienti e i turisti apprezzano i concertini serali in riva al fiume e lasciano buone mance. All’inizio mi sembra assurdo che per lui questo significhi “lavorare nella musica”, ma poi capisco quello che sente dentro e che mi vuole trasmettere: vivere in giro suonando, con altri amici musicisti, potendosi permettere qualcosa per mangiare e dormire è tutto quello che gli serve, lui d’altronde vuole fare solo il musicista. Ed è quello che fa. Cosa desiderare di più?

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