Ogni viaggio ha il suo perché e ogni viaggio ha la sua dignità. Nella strana commistione di esperienze e fortunose conoscenze che rendono la vita meritevole di essere vissuta, decido di seguire l’invito lanciato da un’amica che crede nel racconto del viaggio, nella condivisione delle esperienze. Lei ha concepito l’idea e l’ha realizzata nelle pianure californiane, culla del miracolo tecnologico dell’ultimo trentennio, nella Silicon Valley. Io invece mi trovo nel continente nero, nel mondo povero, anzi no, poverissimo, dell’Africa Sub sahariana, vivo in Senegal, più precisamente a Thies.

Vi chiederete perché due scelte così diverse, seppur abbiamo condiviso il percorso di studi, la crescita professionale e adesso la volontà di fare la tesi all’estero. Semplice: siamo assetati di esperienze grandiose e vogliamo assaporare tutto quello che la vita può darci e in questo preciso istante il mio istinto di viaggiatore mi ha portato nell’estremo Sud del mondo e ha portato lei nell’estremo Nord (inteso in senso economico).

Così decido di impugnare la penna quando sono già in Senegal, perché, solo una volta qui, mi sono reso conto che certe esperienze DEVONO essere raccontate. Lo farò a sprazzi, regalandovi di tanto in tanto un racconto, senza regolarità temporale, su questi tre magici mesi che mi appresto ad affrontare. E all’ombra di un Baobab, l’albero maestoso simbolo del Senegal, l'”albero dai 1000 anni”, proverò a raccontarvi di questa civiltà millenaria, spesso poco conosciuta al nord del Mediterraneo, vista con gli occhi di un ragazzo bianco.

di Alessandro Piro

4 gennaio 2012

Bene, è arrivata la fine dei miei tre mesi di vita in terra africana. Sono stati intensissimi, pieni di cose interessanti da raccontare, alcune le ho condivise attraverso questo blog, altre esperienze ho preferito tenerle per me.

Un italiano in Senegal viene catapultato in una realtà completamente diversa per il modo di vedere le cose e vivere la vita e questa differenza è un valore aggiunto e il vero regalo che mi porto a casa. Con una punta di orgoglio, devo dire che il nostro paese è ancora ben visto, almeno da queste parti, tant’è che, ad esempio, tutti adorano lo stile, la moda, le firme dell’abbigliamento “made in italy”; tantissimi uomini, poi, mi hanno ribadito la loro profonda stima verso il nostro calcio e l’attenzione verso l’aspetto tattico, che riassumono in una parola: “catenaccio”, espressione che utilizzano parecchio.

L’Italia per i senegalesi però è soprattutto la seconda patria di tanti loro connazionali, ed è ancora fortissimo il mito del nostro paese quale primo sbarco del miraggio dell’Europa. Tante volte ho cercato di spiegare che la situazione non è quella che gli si mostra nei film o che gli viene raccontata da chi torna, che spesso arriva a mentire pur di non ammettere che fa un lavoro peggiore di quello che ha lasciato per partire, e che in Italia è duro campare e sbarcare il lunario. Solo per provare a rendervi l’idea di quanto è forte questo mito, uno dei cantanti più famosi del paese ha rifatto la famosa canzone di Bocelli “Con te partirò”, trasformandola in “In Italia andrò”, scrivendo un testo nella lingua locale che parla della voglia di andare in Italia, lavorare per migliorare le proprie condizioni per poi tornare dall’amata che attende con ansia, ma felice di aver raggiunto il successo.

Una cosa che non ho capito e che probabilmente rimarrà per sempre un mistero è il fatto che, in tutta il paese, si utilizzano cartelloni pubblicitari dei film italiani e che poi qui vengono riciclati per gli usi più disperati, dalle coperture delle botteghe, ai teloni dei camion e perché spessissimo per incartare il pane usino della carta di giornali italiani.

Aldilà di questo, porterò con me per sempre tanti volti, parole, immagini, insegnamenti e spero di tornare a casa se non migliore, quantomeno diverso. Nel farlo voglio ribadire quanto sia grato al popolo senegalese per l’accoglienza che ha avuto nei miei confronti e per la spontaneità con cui si è mostrato agli occhi di un curioso toubab. Nei giorni immediatamente precedenti alla partenza, ognuno degli amici più cari mi ha salutato alla maniera senegalese stringendomi la mano sinistra, come si fa quando ci si saluta per un “arrivederci” e non per un “addio”.

Giunto al termine della mia avventura, mi pare doveroso ringraziare la L.V.I.A. che ha reso possibile il mio sogno di trascorrere un periodo di tempo in Africa e soprattutto tutti voi che mi avete accompagnato con la lettura delle pagine di questo diario e con i numerosi commenti e incoraggiamenti che mi sono arrivati sia qui, che attraverso gli altri mezzi di comunicazione.

In tanti casi ho potuto ribadire la mia gratitudine, quando non è stato possibile, ci tengo a dire che ho fatto tesoro di ogni singola parola di stima, incoraggiamento, critica che sia che avete avuto nei miei confronti. E comunque ben volentieri integrerò questi racconti conversando con chiunque volesse parlarne a quattr’occhi e chiedermi qualcosa a proposito della mia esperienza.

A questo punto non mi resta che salutarvi e concludere il mio diario in Senegal con un aforisma scritto da Calvino, che condivido in pieno. Sostituendo “i Liguri” con “i Siciliani”, faccio mia ogni singola parola della sua descrizione dell’essere viaggiatore, così voglio dedicare tutto quello che ho fatto e scritto alla mia famiglia e ai miei affetti che costituiscono la base solida e il punto di riferimento per tutto quello che ho fatto e farò nella mia vita.

“I Liguri sono di due categorie: quelli attaccati ai propri luoghi come patelle allo scoglio che non riusciresti mai a spostarli; e quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro. Ma anche i secondi, e io sono dei secondi, […] tornano regolarmente a casa, restano attaccati al loro paese non meno dei primi.” (Italo Calvino)

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