28 aprile 2015 – Questo non è un articolo vero e proprio, non nasce per essere oggettivo né tantomeno esauriente. È solo un collage di storie che ho raccolto alla mensa dell’American International Church di Goodge Street, in un quartiere centrale di Londra. Sono andata lì per parlare con i senzatetto e per avere da loro qualche consiglio su come migliorare il mio giornale, The Pavement. Così ho conosciuto Alan, Milly, Leroy e Stuart, che mi hanno raccontato qualche episodio della loro vita. Queste testimonianze come tali sono naturalmente soggettive e parziali, ma non per questo perdono di valore. Ciascuno può interpretare queste storie come meglio crede, io ve le riporto così come loro me le hanno raccontate.

Milly (con il suo compagno Leroy di fianco, che a volte aggiunge qualcosa al racconto): “Secondo te perché i senzatetto hanno sempre con loro un sacco a pelo? Non è per ripararsi dal freddo, ma per proteggere la testa dai calci. Se sei una donna, vivere per strada è ancora più difficile: non solo hai paura che ti picchino, che ti piscino sopra, ma sai che se vogliono possono approfittare di te. Conosco una che è stata stuprata in un vicolo, è stata aggredita mentre dormiva. All’inizio è stata sul vago, mi ha detto solo che le era successo qualcosa di molto brutto. Ma poi, quando eravamo sole, me l’ha confessato: si vedeva che voleva prendermi da parte, che voleva avvisarmi di stare attenta. Quando sei per strada sei indifeso, e anche se ci sono le telecamere a loro non importa, perché trovano sempre una scusa per giustificare il loro comportamento. ‘L’ho calciato perché mi ha gridato un insulto’, dicono sempre. E nessuno gli fa mai niente, perché loro contano e tu no. Loro lavorano nella City, loro sono persone per bene. Tu invece non vali niente, sei invisibile. Però la sera queste persone ‘per bene’ vanno nei club, escono ubriachi fradici e se la prendono con noi. Sai qual è la verità? Che dopo un po’ di tempo, arrivi a un punto in cui preferisci non sapere, non chiedere: meglio ignorare quello che potrebbe succederti, altrimenti non vivi più. Io per esempio non so da quanto tempo non dormo profondamente. Quando dormo io, lui (indicando Leroy) resta sveglio, e viceversa. Non possiamo chiudere gli occhi nello stesso momento, è troppo pericoloso. Quando racconto a qualcuno quello che vivo, non mi crede. Pensa che stia esagerando. E anche quando mi crede, la sua risposta è: ‘Ma perché ti sei messa a dormire vicino a un club? Sai che da lì esce gente ubriaca, te la sei andata a cercare’. Quindi, in fin dei conti, la colpa è mia. ‘Dovresti dormire fuori da una stazione di polizia’, mi dicono. Non sanno che la polizia a volte può diventare una minaccia in più, invece che un aiuto”.

Alan: “Anche se non si sente quando parlo, io sono scozzese. Sono arrivato a Londra tanti anni fa e così ho perso l’accento. La mia R non è come quella di un vero scozzese, dovresti sentire come parlano quelli che vengono da Glasgow. Di solito vengo qui alla mensa dell’American International Church verso le 10 di mattina, e resto fino alle 12. Non è una vera e propria colazione, ma neanche un pranzo, lo definirei più un brunch. Vuoi una tazza di tè, o di caffè, o una cioccolata calda? Qui c’è tutto, meglio che al bar!

Stuart: “Io non amo la politica. Ci sono alcuni senzatetto che partecipano alle proteste, vanno contro la polizia, vengono arrestati. Io preferisco stare fuori dai guai. Una volta anch’io partecipavo, ero uno dei più attivi. Ma adesso basta, non ne voglio più sapere di queste cose, tanto non cambia mai niente. Ormai è da troppi anni che sono per strada. Sai quanti anni ho? Quaranta. Sai quanti anni avevo quando sono finito per strada? Nove. Non è possibile che il sistema non lasci la possibilità a una persona di uscire da questa situazione. Fino a ieri dormivo in uno squat a St James Square, una zona da ricchi. Ma stamattina, alle 5 e mezza, sono stato svegliato dalla polizia, che è entrata e ci ha buttato fuori tutti. Erano in quindici poliziotti. Vai a leggere l’articolo sull’Evening Standard, a pagina 4 si parla di noi”.

Articolo tratto dalla rubrica I marciapiedi di Londra, già pubblicata sul sito di Piazza Grande, il giornale di strada.

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