5 agosto 2015 – Mamadou viene dal Senegal. È un signore ormai sulla quarantina, con lo sguardo impaurito. Abita al Gran Ghetto di Rignano e ha bisogno di prendere la residenza nel comune di Foggia, per poter usufruire dell’assistenza sanitaria e degli altri servizi a cui la residenza dà diritto.

Ad oggi, i ghetti non vengono riconosciuti come luoghi idonei per ottenere la residenza. Mamadou dovrebbe allora tentare di ottenere una residenza come senza fissa dimora. Anche qui però si incappa in nuovi impedimenti: la legge italiana stabilisce che, per prendere la residenza da senza dimora, sia sufficiente attestare il proprio legame con il territorio.

Ma se un migrante si reca in comune presentando il contratto di lavoro, allegato a un’autocertificazione di domicilio, gli viene risposto che questi documenti non sono sufficienti a provare questo legame. Il comune di Foggia, infatti, come molti altri in Italia, sta complicando sempre di più le procedure, richiedendo anche un documento aggiuntivo, una dichiarazione di un’associazione che certifichi che il senzatetto vive proprio in quel territorio, per poterlo sempre rintracciare. Anche la residenza da senza dimora quindi è preclusa.

Il risultato? Si sta alimentando un mercato nero di dichiarazioni di ospitalità a pagamento: il lavoratore è costretto a pagare qualcuno che ha una casa perché gli firmi una dichiarazione di ospitalità, che gli permetta così di ottenere la residenza.

Come contrastare questa pratica? Non lasciando soli i migranti e facendo pressione sul comune, chiedendo conto. Mamadou quindi non andrà da solo a chiedere la residenza: con lui ci sono altre 5 persone del mio gruppo – tra cui io. Inizialmente parlerà lui da solo, e in caso di necessità interverremo noi. Il registratore è acceso dall’inizio.

Ci accoglie un impiegato, anche lui sulla quarantina, molto curato: camicia azzurra sgargiante, primi bottoni aperti, capelli fluenti, carnagione abbronzatissima. Appeso al collo, spunta dalla camicia un ciondolo a forma di croce celtica. Cominciamo bene. Sul muro, il ritratto di Padre Pio e una pesante croce di legno osservano l’impiegato (e, chissà, forse lo perdonano).

Mamadou inizia a parlare, a spiegare la propria situazione. “Non posso farti la residenza – lo interrompe l’impiegato – perché manca la dichiarazione di domicilio”. A questo punto, interveniamo noi, mostrandogli che nel testo di legge non è previsto questo requisito, ma quello continua: “Io non posso fare niente. Queste sono le disposizioni che ho ricevuto. Tornate lunedì, quando ci sarà il mio capo in ufficio”.

Usciamo un po’ delusi. Mamadou, prima di prendere la porta, stringe la mano dell’impiegato e lo ringrazia comunque molto “dell’aiuto”. Tornati a casa, scopriamo che quello stesso impiegato è il capo di Forza Nuova a Foggia, destinato alla posizione nell’ufficio immigrazione per ovvie motivazioni politiche. Uno di Forza Nuova che concede le residenze ai migranti sembra una barzelletta. Chissà quante volte si sarà lavato la mano dopo che Mamadou gliel’ha stretta così affettuosamente.

Annunci