6 agosto 2015 – Fuori Foggia, nell’immediata periferia verso Manfredonia, si trova una fabbrica abbandonata (la ex Daunialat) all’incrocio tra due strade molto larghe e poco trafficate. Una rete di filo spinato sovrasta i cancelli che delimitano il cortile interno, dove si trovano sparsi una trentina di materassi per terra.

Passando con la nostra vecchia Peugeot e sporgendomi dal finestrino, vedo che ci sono dei ragazzi nel cortile e che ci hanno già notato. Parcheggiamo poco più in là e poi entriamo. Avvicinandomi, un cane gigantesco e arruffato mi viene incontro con fare amichevole. Peserà almeno 50 chili, circa quanto me.

20251047688_f389353226_oSalutiamo poi i ragazzi che ciondolano nel cortile senza nulla da fare, semplicemente in attesa che un’altra giornata finisca. Agli angoli del cortile sono stati tirati dei fili per stendere i panni. Altri vestiti sono appesi al filo spinato tutto attorno al cortile. Proprio di fianco all’ingresso dell’ex fabbrica c’è un vecchio divano bianco bucato e qualche sedia mezza rotta, dove ci fanno subito accomodare: “Sedetevi pure, adesso arriva Karim”.

L’interno della fabbrica, un grosso edificio azzurro scrostato, con pesanti pannelli di legno a coprire le finestre, è un luogo a noi proibito. Nessuno ci invita a entrare. Mentre aspettiamo Karim, noto che nel mezzo del cortile c’è un tombino da cui esce un tubo di plastica, che porta l’acqua da sottoterra. Il flusso non si ferma mai, e così il tubo viene inserito in grosse taniche di plastica, che man mano si riempiono e vengono sostituite. Attorno al tombino, per non caderci dentro per sbaglio, è stato posizionato un vecchio pneumatico.

19818132523_be8dc5e00f_oFinalmente arriva Karim. Ha 29 anni e viene dalla Guinea Conakry, vive in Italia da 4 anni ma ancora parla male l’italiano. È per questo che siamo andati lì: per insegnare la nostra lingua, a lui e ai suoi compagni. Karim lavora tutto il giorno nei campi di pomodoro della Capitanata, stacca alle 6 di pomeriggio. Poi viene alla ex fabbrica a dormire.

Quando gli chiedo in quanti vivono in quel posto, non ha un’idea precisa. “Siete una cinquantina?” “Molti di più.” “Da quali Paesi provengono le persone che dormono qui?” “Senegal, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Ghana… ci sono tanti Paesi.” “Avete la corrente elettrica?” “No, qui non ci sta niente – e qui spunta un marcato accento del sud che deve aver appreso in queste terre –. Non abbiamo la corrente elettrica né l’acqua corrente. Quel tubo che vedi lì è l’unico punto dove arriva acqua, ma non è filtrata dai depuratori. Se ci serve acqua potabile, dobbiamo attraversare la strada e andare nei bagni di un altro magazzino, che ci ha dato il permesso di utilizzarli”.

Basta chiacchiere, cominciamo con la lezione di italiano. Passiamo la restante ora di luce a impratichirci sul verbo essere, avere, chiamarsi, abitare. Finiamo con il gioco dell’impiccato. I 5 ragazzi che hanno deciso di partecipare alla lezione ridono, si prendono in giro e non vorrebbero smettere più di giocare.

Verso le 8 però non possiamo continuare più: il cortile sta lentamente venendo inghiottito dall’oscurità. Ovviamente, non possiamo accendere la luce. Chiedo a Karim se di solito dormono fuori o “in casa”. “Fuori è meglio, dentro fa troppo caldo e le zanzare non ti lasciano in pace”. “Rimanete nel buio più totale? Non c’è neanche una luce?” “C’è questa”, mi dice ridacchiando e indicando lo schermo del suo cellulare.

È venuto il momento di salutarli. Ci abbracciamo. “Grazie”, ci dicono. “Grazie a voi”. Allora esistono davvero posti così, dove le persone vivono in queste condizioni. Ecco quali sono i volti dei migranti sfruttati nella piana del Tavoliere delle Puglie. Me ne vado la mente piena di spunti e riflessioni, che non vedo l’ora di mettere su carta, sul mio quaderno di appunti. Arrivata allo Scurìa posso farlo subito, perché qui, anche se fuori è buio, ho la possibilità, la libertà, il diritto di accendere la luce.

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