9 agosto 2015 – Ne avevo sentito parlare la prima volta in tv. Da subito mi ero interessata e avevo pensato che sarei potuta andare là, in estate, con uno dei gruppi che lavora per aiutare i migranti. Dopo qualche mese, eccomi qui, in un furgone sulla via del Ghetto di Rignano, tristemente famoso come il Gran Ghetto, una vera e propria città sorta nei campi all’incrocio tra i territori dei comuni di San Severo, Foggia e Rignano Garganico.

20445189331_f09aaee2d6_oCapisco che siamo vicini perché vedo sulla strada deserta ragazzi neri in bicicletta che vanno nella nostra direzione. A un certo punto, all’orizzonte, appaiono le prime baracche. Più ci avviciniamo, più dietro ne spuntano altre e altre ancora. Una distesa di baracche di cui non riesco a vedere la fine. Lungo la strada, una montagna di rifiuti è stata da poco bruciata e restano solo i rimasugli di bottiglie annerite e puzzolenti.

Scendiamo dal furgone e ci avviamo nella strada principale del Ghetto, dove si trovano, sempre situati all’interno di baracche, negozi, bar, locali, servizi come il meccanico e il sarto, e anche bordelli, con le ragazze nigeriane che si mettono ben in vista in attesa del prossimo cliente. Una bottiglia di birra costa 1 euro, una pannocchia di mai 50 centesimi. Anche qui ci sono ragazzi che grigliano ali di pollo e anche un’intera testa di capra, di cui ormai è rimasto solo l’osso.

Mentre girovaghiamo, mi indicano anche il locale di Nicola, con le luci colorate e la musica alta che si sente fino in strada. Dentro al Ghetto, è l’unico esercizio gestito da un italiano, che ha un fiorente giro di prostitute, nascosto dietro la vendita di generi alimentari. Tutti lo sanno e va bene così. È sabato sera e le strade sono piene di gente, quasi tutti africani: molti sono del Ghetto, altri vengono dai casolari abbandonati nelle vicinanze, dove dormono, per stare un po’ in compagnia. Ci sono anche alcuni italiani, che vengono qui per “svagarsi” con le ragazze nigeriane di Nicola.

A un certo punto, al fumo delle griglie si aggiunge un odore intenso di bruciato e l’aria diventa quasi irrespirabile. Mi bruciano gli occhi, mi sembra di respirare diossina. All’orizzonte si staglia una colonna di fumo nero: un altro incendio. Una scia bruna dai campi si spinge fino al cielo, le fiamme saranno alte quasi tre metri. Le persone intorno a noi sono tranquille, e così anch’io non mi preoccupo più di tanto.

Al Ghetto quest’anno vivono circa 2.000 persone, quasi il doppio rispetto all’anno scorso. Per avere un posto letto si paga intorno ai 50 euro per tutta la stagione. Sono i caporali che “possiedono” le baracche e affittano le stanze, dividendo le persone a seconda del Paese di provenienza. Il Ghetto funziona quindi per gruppi: quello più grande è quello dei maliani (che sembrano essere più dell’80%), poi ci sono i senegalesi, e poi tutti gli altri. Le divisioni sono molto importanti in quel contesto, nel Ghetto non ci si mischia.

Chi dorme in una stessa stanza forma una squadra di braccianti. Ogni caporale ha le sue squadre e si occupa del trasporto verso i campi. I lavoratori si fanno trovare all’entrata del Ghetto alle 3 e mezza di notte, in attesa che il capo li venga a prendere e li porti a lavorare. Verso le 6 si arriva nel campo e si inizia la giornata di lavoro, che finisce intorno alle 5 di pomeriggio.

19818038333_129c0b4098_oLa paga è di circa 3 euro ogni cassone, che contiene 300 kg di pomodori. Il lavoro consiste nell’estirpare le piante di pomodoro e sbatterle energicamente, in modo che i frutti cadano. Si tratta di un lavoro molto faticoso, da svolgere sempre incurvati verso la terra e sotto il sole cocente. Molti svengono dalla fatica, alcuni muoiono. Alla fine della giornata, il caporale torna a prendere i lavoratori sui campi e li riporta al Ghetto, dove finalmente possono riposare.

Nel Ghetto c’è acqua potabile: sono stati installati dei piccoli container in giro per le strade, un camion passa a riempirli ogni giorno. Per l’elettricità ci sono dei generatori. Quando ce ne andiamo, ho come l’impressione di aver visitato uno dei luoghi più confortevoli per i braccianti. Vivere qui è come vivere in centro: sei vicino ai negozi, ai locali serali, hai l’acqua, la luce… Questo posto è stato messo sotto i riflettori della televisione e dei giornali. Per essere un emarginato, quindi, non sei poi troppo emarginato. Negli altri casolari occupati, invece, i migranti sono totalmente invisibili e vivono senza alcun tipo di servizio basilare.

Mentre sul furgone ci allontaniamo dal Ghetto, la strada ci porta sempre più vicini all’incendio. Cinque minuti dopo, la carreggiata arriva ad attraversare le fiamme. Dai finestrini, a destra e a sinistra, osserviamo il fuoco a pochi passi da noi. Sembra la scena di un film. Siamo ammutoliti, si sente solo il crepitio delle fiamme. Sento l’aria bollente che invade l’abitacolo. Da vicino, mi rendo conto che anche qui hanno bruciato dei rifiuti. Una volta, il comune di San Severo di occupava almeno di raccogliere la spazzatura del Ghetto. Ora i camion passano una volta ogni 3 mesi. Non abbastanza, evidentemente.

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