10 agosto 2015 – Arriviamo a Borgo Tressanti alle 11 del mattino, quando molti lavoratori sono nei campi. La baraccopoli vuota dà l’idea di calma tipica dei paesi equatoriali intorno a mezzogiorno, quando non c’è nessuno in giro e il sole picchia potente. Fa un caldo pazzesco, la terra è arsa.

Passa una ragazza, la fermiamo e le chiediamo di Boika. “Sta lì – indica una baracca – chiamatela pure”. Boika esce dopo poco, con una canottiera fucsia e dei pesanti orecchini dorati. È tesa ma sembra felice di vederci. Con lei escono suo marito, il fratello e la moglie del fratello, una ragazza incinta. Tutti e quattro non hanno ricevuto i soldi per 3 giornate di lavoro, in tutto mancano circa 300 euro.

Saliamo sul furgone e percorriamo le strade dissestate che da Borgo Tressanti vanno verso Manfredonia. Passa circa mezz’ora. “Vedi dove siamo? Lontani dal campo, molto lontani. Quando il capo mi ha detto che non potevo lavorare più, ci ha cacciato dal campo. Da qui siamo dovuti tornare a casa a piedi. Sotto il sole. Piedi piedi piedi. Molto tempo, 5 ore”. Boika mi racconta questa storia con la faccia stanca. “Mia cognata è incinta. Stava male. Molto caldo”.

raccolta-di-pomodoriImprovvisamente indica un furgoncino bianco nel mezzo di un campo di pomodori. Vicino, una ventina di lavoratori stanno raccogliendo pomodori sotto al sole. Entriamo nella stradina sterrata e parcheggiamo. Ci avviciniamo al padrone del campo, canotta bianca, cappello di paglia a tesa larga. “Voi chi siete? Come vi chiamate? Siete dei carabinieri?” Iniziamo a spiegare: “No, siamo un gruppo di ragazzi, siamo venuti…” “E allora che volete? Uscite dal mio campo. È proprietà privata. Andatevene”.

Nel frattempo, dai campi arriva un ragazzo scuro, sembra bulgaro. Prende i due uomini che erano con noi e li porta lontano. Boika mi dice che quello è Gancio, il loro caporale. Il padrone continua a gridarci contro: “Questa è gente che non vuole lavorare! Un giorno vengono, il giorno dopo non ne hanno voglia. Io non sono razzista, ma questa è gente povera, arretrata”.

20250881440_8de48b27cc_oA questo punto decidiamo di rispondere: “Guardi che non sono loro che non vogliono lavorare. È il caporale che la mattina sceglie chi portare sui campi e chi no. È colpa di Gancio, non faccia finta di non saperlo. Gancio non li ha portati al lavoro e sempre Gancio non li ha pagati”. Il padrone si infervora ancora di più: “Io conosco Gancio e non è colpa sua! È una persona affidabile, ci conosciamo da una vita. Io non posso mica mettermi a parlare con ogni lavoratore singolarmente, sono troppi e poi non parlano italiano. Secondo voi come farebbero a venire sui campi ogni mattina senza un caporale? È lui che li porta. Non posso mica andare io a prenderli, avete visto dove abitano? Avete visto in che condizioni si riducono?

Intanto ritorna Gancio insieme ai due uomini sorridentissimi. “Abbiamo tutti i soldi! Possiamo andare!”, ci dicono da lontano sventolando qualche banconota. Il padrone cerca allora di tagliare corto: “Avete visto? Tutto risolto! Adesso ve ne potete andare”. Ci dirigiamo di nuovo verso il furgone. Una volta dentro, pacche sulle spalle, abbracci, sorrisi. “Adesso potrò ricaricare il telefono e chiamare la mia famiglia in Bulgaria – dice Boika –. Potrò comprare le medicine per mio figlio che ha la febbre”. Per ringraziarci, ci portano in un bar e ci offrono tè freddo e Coca Cola. Per pagare usano i soldi appena restituiti da Gancio.

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