15 agosto 2015 – Lo leggiamo spesso sui giornali: da centinaia di anni, il Nord del mondo sfrutta il Sud del mondo, conquistando terre, rubando risorse naturali, creando divisioni tra popoli e tribù, scatenando guerre, devastando il paesaggio. A causa di tutto questo, il Nord si arricchisce e prende di esportare civiltà e civilizzazione. Soddisfa tutti i suoi bisogni, e anzi, può addirittura permettersi di crearne di nuovi, fittizi.

Un qualsiasi cittadino europeo quando entra in un supermercato può scegliere tra 20 marche diverse di biscotti. Ci siamo mai chiesti che prezzo ha quella scelta? Forse che, dall’altra parte del mondo, non ce ne siano neanche di biscotti. Ma soprattutto: la nostra scelta è in fondo una vera scelta? Quando ci troviamo davanti allo scaffale, indecisi tra i Ringo, “più appetitosi”, o i Gran Cereale, “decisamente più sani”, siamo davanti a una decisione reale? O è solo una scelta fittizia, un’illusione di scelta Mentre siamo intenti a consumare, distratti dalla pubblicità e dall’ultimo talent show, perdiamo la nostra memoria storica, le nostre tradizioni, i ritmi naturali della vita.

Mentre nel Nord del mondo si vive come automi, al Sud si comincia a morire. Si muore di fame, di guerra, di malattie. Questa disuguaglianza fa sì oggi che un grandissimo numero di persone si schiaccino sui confini tra nord e sud del mondo per sfondarli, per andare a prendere personalmente quello che gli è stato tolto. Ecco allora i grandi flussi migratori del nostro tempo, dal Sud America agli Stati Uniti, dall’Africa all’Europa. I nuovi confini e le nuove barriere che vengono innalzate non bastano: la pressione è troppa. Questo è il capitalismo: sfruttamento del Sud, anestesia del Nord. Da una parte si muore tentando di rimanere attaccati alla vita, dall’altra parte si vive come cadaveri morti.

Tutto questo si riflette nel microcosmo del Gran Ghetto di Rignano. Ieri ci sono stata durante le ore lavorative. Mi aspettavo che gli abitanti fossero nei campi e che la baraccopoli fosse deserta, e invece no: di giorno il Ghetto è pieno di ragazzi annoiati, che guardano i cellulari o fanno partite a carte. Non lo fanno perché non vogliono lavorare, ma perché non c’è abbastanza lavoro per tutti. I migranti che vengono in queste zone sono ormai talmente tanti che non hanno neanche più tutti l’assurda “possibilità” di farsi sfruttare: solo alcuni ottengono questo “privilegio”.

dalla capitanataI giovani più fortunati sono sui campi, ad ammazzarsi di fatica per pochi euro. Gli altri trascorrono le loro giornate nelle baracche, in attesa. Il tempo per loro scorre lentissimo. Semplicemente, aspettano. Aspettano che finalmente il caporale li scelga come componenti della prossima squadra di lavoratori nei campi di pomodori, aspettano che lo stato riconosca loro il permesso di soggiorno, aspettano di guadagnare a sufficienza per potersi permettere di affittare una stanza in una casa dignitosa, aspettano di riuscire a mandare un po’ di soldi alla famiglia lontana. Così la vita si consuma nell’attesa.

E la cosa peggiore è che non gli è permesso di aspettare a casa loro, vicino ai loro cari: sono costretti a stare lontano dalla loro terra, lontano da tutto ciò che hanno di familiare, in spazi indecenti. È proprio questa l’ultima frontiera del capitalismo: non solo si sono create disuguaglianze tali da spingere le persone a spostarsi, ma queste disuguaglianze non spariscono una volta terminato il viaggio, anzi si perpetuano e si amplificano in quella che dovrebbe essere la “terra promessa”. Nelle baraccopoli della Capitanata, le persone non muoiono più di fame, questo è vero. Non muoiono più di malattie o di guerre. Però vivono come cadaveri già morti: e almeno in questo, sono diventati tali e quali a noi.

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