21 dicembre 2015 – “L’esperimento di integrazione all’interno dell’ex clinica Beretta è fallito”. Così Rossella Lama, consigliere comunale del PD, ha scritto in una lettera inviata al suo stesso partito e ripresa da Repubblica Bologna. Negli ultimi tempi, l’occupazione dell’edificio che prima ospitava una clinica odontoiatrica è stata oggetto di diversi attacchi: dalla mancata integrazione degli occupanti con gli abitanti del quartiere all’allarme scabbia.

 

 

L’edificio, situato in via XXI aprile, in zona Saragozza, è di proprietà dell’ASL. Vuoto dal 2007, è stato occupato il primo marzo del 2014, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato e del richiedente asilo. L’occupazione ha preso quindi il nome di Centro di accoglienza autogestito Lampedusa. Oggi ci vivono circa 85 persone, tra cui molti rifugiati e richiedenti asilo: per la maggior parte si tratta di famiglie, con in totale 20 minori.

Fin dall’inizio, gli occupanti hanno inviato alla proprietà e al Comune un protocollo di garanzia per chiedere il permesso di installare una nuova impiantistica, a norma rispetto al nuovo uso abitativo dello stabile, e di poter usufruire regolarmente delle utenze pagando le bollette. La risposta è stata negativa. Con l’approvazione, nel maggio 2014, del cosiddetto Piano Casa Renzi Lupi, è stato poi sancito all’articolo 5 il divieto di utilizzo delle utenze da parte di chi non dispone di un regolare contratto o di affitto o di proprietà rispetto allo spazio nel quale abita.

Questo ha portato, nell’estate 2015, a staccare la corrente elettrica e il gas all’interno dell’edificio, con conseguenti grossi disagi: le persone sono costrette a vivere al freddo, senza riscaldamento, e non hanno neanche la possibilità di accendere la luce la mattina presto, quando devono prepararsi per accompagnare a scuola i bambini. Per sopperire a queste mancanze, alcune famiglie si sono attrezzate con generatori e stufe a legna.

Nonostante queste difficoltà, tutti i bambini vanno regolarmente a scuola, “prova questa del fatto che l’integrazione all’interno dell’ex clinica Beretta non è affatto fallita”, afferma Giorgio Simbola, delegato sindacale USB Asia. “I nostri cancelli sono sempre spalancati e chiunque può entrare e parlare con gli occupanti. A riprova di questo, a dicembre un grande evento culturale ha animato l’edificio, con musiche, balli, giocoleria e pezzi di teatro eseguiti dai gruppi Arte Migrante, Cantieri Meticci e Fucine Vulcaniche. Il nostro non è uno spazio chiuso, ma un luogo pubblico dove tutti sono i benvenuti. Purtroppo, il quartiere sta risentendo molto del clima che si è creato in città intorno alle occupazioni: ci sono sempre più luoghi comuni, dal fatto che i bambini non vanno a scuola al fatto che nella casa si sia diffusa la scabbia”.

Qualche mese fa, infatti, l’ex clinica Beretta ha ospitato alcuni transitanti, ovvero migranti che non hanno voluto dare le impronte alle autorità italiane per poter proseguire il loro viaggio verso i Paesi del nord Europa. E’ stato allora che è iniziata a girare la voce che all’interno dell’edificio si fosse diffusa un’epidemia di scabbia. “Prima sembrava che ci fosse la scabbia, poi ci sono state smentite – racconta Franco Guernelli, proprietario dell’edicola situata proprio davanti all’ex clinica -. Inizialmente sembrava che i medici non potessero entrare, poi pare che li abbiano fatti andare dentro… Comunque, la scabbia c’era”.

A rispondere è Mimma Barbarello, avvocato e attivista all’interno dell’occupazione, che spiega: “L’allarme scabbia non è stato altro che un ulteriore attacco nei nostri confronti. La scabbia non c’è mai stata, tutti gli occupanti sono regolarmente monitorati dai medici dell’associazione Sokos e non hanno mai presentato malattie. Il problema è che, quando nel quartiere iniziano a girare nuovi ragazzi, magari di colore, molti abitanti si spaventano e in un attimo si spargono dicerie e menzogne”.

Gli occupanti comunque non si sono scoraggiati e negli ultimi mesi hanno scritto una petizione, a cui è seguita una raccolta firme, per regolarizzare l’occupazione e far sì che si possa usufruire di luce e gas. “Vorremmo solo avere una vita normale – afferma Livio Raducan, occupante -. Non chiediamo assistenzialismo, chiediamo diritti: casa e lavoro”.

Video e articolo già pubblicati sul portale Dieci e Venticinque.

 

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