12 febbraio 2016 – “Con gli hotspot si è creata una selezione al ribasso: si vuole fare in modo che il minor numero possibile di migranti abbia accesso all’asilo politico”. Con queste parole si è aperto l’incontro “Destinazione hotspot, l’accoglienza che respinge”, tenutosi martedì al Labas Occupato, a Bologna. Una bella occasione per approfondire il funzionamento di strutture che in pochi conoscono e che stanno cambiando molto velocemente il panorama delle politiche europee di accoglienza ai migranti.

Gli hotspot esistono e sono già attivi – spiega Neva Cocchi, attivista del Tpo –. In Italia ce ne sono tre, tutti situati in Sicilia, a Lampedusa, Trapani e Pozzallo. In Grecia per ora ne ha aperto uno, a Lesbo, mentre altri quattro entreranno a regime a breve”.

Si tratta di centri di primo soccorso, dove chi arriva in Italia entro 48 ore viene identificato e, se lo richiede, può avviare la richiesta di asilo politico. Gli hotspot vengono istituiti ufficialmente con il decreto legislativo 142/2015 e collocati all’interno di edifici già esistenti, che precedentemente avevano altre funzioni, come quella di Cie (Centro di identificazione ed espulsione) o Cpsa (Centri di primo soccorso e accoglienza). Nascono per rispondere alle pressioni dell’Unione Europea, che da tempo chiedeva all’Italia di prendere le impronte digitali a tutti i migranti, in maniera più capillare: secondo la Convenzione di Dublino, infatti, dev’essere il primo Paese in cui i migranti arrivano a occuparsi dell’accoglienza, prendendo le impronte e permettendo a chi vuole di fare domanda di asilo.

“Concretamente, ogni rifugiato a cui viene concesso asilo costa allo Stato italiano circa 30 euro al giorno, per un periodo che va dai 2 ai 5 anni – spiega Salvatore Fachile, dell’associazione Studi giuridici sull’Immigrazione –. Nel 2014 in Italia sono arrivate 170mila persone, ma solo 60mila sono state identificate e hanno fatto domanda di asilo. Le altre sono emigrate in altri Paesi, di solito in nord Europa, per avviare là la procedura. La polizia italiana chiudeva entrambi gli occhi davanti ai tanti migranti che non volevano lasciare le impronte, fino ad arrivare alla situazione paradossale di accompagnarli direttamente in stazione per prendere un treno”.

Questo comportamento ha scatenato la reazione dell’Unione Europea, che nel tempo ha spinto sempre di più affinché tutti i migranti in arrivo venissero identificati direttamente sul territorio italiano. Il governo di Renzi all’inizio ha tentato di resistere a queste pressioni, sottolineando come questo meccanismo gravasse moltissimo sui Paesi di frontiera, che in questo modo erano costretti ad affrontare costi altissimi per l’accoglienza.

L’Ue allora ha risposto con la politica dei ricollocamenti: se l’Italia si impegnerà a identificare tutti i richiedenti asilo, una parte di loro verrà poi “ricollocata” in altri Paesi. “Questo meccanismo in realtà sta funzionando ben poco – spiega Martina Tazzioli del laboratorio di Sociologia del Mediterraneo dell’università di Aix-Marseille –. Già di principio, i numeri erano molto bassi: si parlava di 120mila persone da ricollocare in due anni, ben poco rispetto al numero totale dei richiedenti asilo. Ma le cifre reali sono ancora più misere: nel gennaio 2016, sono state ricollocate solo 290 persone, che comunque non hanno potuto scegliere il Paese dove andare”. Una soluzione a metà, quindi, che però ha permesso al governo italiano di “giustificarsi” agli occhi dell’opinione pubblica.

Nel 2015, 150mila migranti sono arrivati in Italia – continua Salvatore Fachile –. Se tutti devono essere identificati e avviare la procedura per richiedere asilo, il sistema va in tilt: non ci sono soldi sufficienti per accogliere tutti. Quindi lo Stato cosa fa? Cerca tutti gli stratagemmi possibili per ostacolare i migranti che devono fare domanda di asilo. Gli hotspot sono uno di questi”.

Nel momento in cui i migranti sbarcano sulle coste italiane, vengono immediatamente fatti entrare negli hotspot. Subito dopo gli si pone la fatidica domanda: perché sei venuto in Italia? “Nel modulo si possono barrare varie opzioni – racconta Fachile –: per lavorare, per scappare dalla povertà, per ricongiungermi con i miei familiari, per richiedere asilo politico… Ovviamente, tutto sta in come viene posta la domanda. Se si chiede a un migrante: ‘Tu sei venuto qui per lavorare o per non fare niente?’, quello difficilmente risponderà che non vuole lavorare. Questo però non significa che la persona non stia scappando da una situazione di guerra e povertà. Purtroppo, sono i dipendenti della pubblica amministrazione che mettono la x dove vogliono. E se mettere la x sull’asilo politico significa per lo Stato pagare l’accoglienza, capiamo perché non ci sia interesse a farlo”.

“Di solito, la pubblica amministrazione fa una cernita in base alla nazionalità – spiega Alessandra Sciurba, attivista dell’associazione Altro Diritto Sicilia – . Se non sei eritreo, siriano o somalo (anche se non sempre), sei escluso automaticamente dalla procedura di asilo. È questo il meccanismo di invisibilizzazione e illegalizzazione che hanno messo in atto”.

Gli hotspot creano quindi una distinzione, che in realtà non esiste, tra due tipi di migranti: i richiedenti asilo e i cosiddetti “migranti economici”, venuti per lavorare. Questi ultimi non possono restare in Italia, e appena usciti dagli hotspot sono oggetto di un rimpatrio forzato, nel caso in cui ci siano accordi con i Paesi d’origine, oppure ricevono un decreto di respingimento differito, il che significa che se ne devono andare dall’Italia da soli. In ogni caso, lo Stato non pagherà l’accoglienza. L’unica opzione che resta loro è quella di presentare la domanda di asilo successivamente, rischiando però di restare rinchiusi in un Cie per un periodo fino a 12 mesi, anziché i 90 giorni previsti per chi da subito fa la richiesta. “Un disincentivo non da poco”, commenta Fachile.

E l’Unione Europea come reagisce davanti a questa violazione del diritto di asilo? “Se ne frega – continua Salvatore Fachile –. Anzi, l’unico motivo per cui ci sono pressioni è che non si è arrivati ancora al 100% delle persone identificate all’interno degli hotspot. La richiesta è quindi quella di emanare una legge che permetta anche l’uso della forza e della detenzione negli hotspot, per riuscire così a prendere le impronte a tutti, nessuno escluso”.

“Mentre nel mondo aumentano le ingiustizie, i conflitti, le disuguaglianze, i Paesi europei assumono una posizione molto chiara di difesa e di chiusura – commenta Neva Cocchi, attivista del Tpo –. Questo atteggiamento però si sta rivelando inefficace e fallimentare: non si può immaginare a un’Europa separata dal resto del mondo”.

Tutti ormai stanno migrando – conclude Davide Carnemolla dell’associazione Sos Diritti –, non più solo gli uomini giovani, ma anche donne, anziani, bambini, invalidi. In più, non si registrano più dei cali nella stagione invernale: si pensi che gennaio 2016 è stato il mese con più vittime tra i migranti, con più di 300 persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa”.

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