2 marzo 2016 – In Francia, nella Giungla di Calais, sono arrivati i bulldozer. Poco più di due settimane fa, inghiottito dalle fiamme, scompariva il Gran Ghetto di Rignano, in provincia di Foggia. In entrambi i casi si trattava di grandi baraccopoli che ospitavano migliaia di migranti, 3.500 circa nel caso di Calais, 2.000 nel caso di Rignano Garganico. Mentre i politici li definivano “villaggi abusivi”, all’interno di questi luoghi si sviluppavano forme di mutuo aiuto e autogestione che venivano a colmare il vuoto lasciato dalle autorità e dalla mancanza di servizi sociali.

Nella parte meridionale della Giungla di Calais, il suo cuore pulsante, ci sono moschee, chiese, il teatro, la scuola, il centro di assistenza legale per richiedenti asilo e il centro per donne e bambini, racconta Federico Annibale su Pagina 99. Qui sorge anche la maggior parte degli esercizi commerciali, ristoranti e bar, tutti gestiti da migranti. Non mancano gli empori dove si possono comprare sigarette, sapone, cellulari, dolci, pane, frutta. E barbieri, che per tre euro offrono una doccia calda.

In Italia, anche il Gran Ghetto ospitava spazi per lo svago, ristoranti in cui mangiare il proprio cibo e bar dove ballare. Questa piccola città era stata costruita con lamiere, pezzi di legno e cartone. Sorgeva nel mezzo di una distesa di campi coltivati, all’incrocio tra i territori dei comuni di San Severo, Foggia e Rignano Garganico. Era sempre molto frequentato il sabato sera, sia da migranti che venivano dai paesi vicini sia da italiani che volevano trascorrere una serata spendendo poco.

Per avere la corrente elettrica, alcuni migranti si erano muniti di gruppi elettrogeni. L’acqua potabileveniva presa da cisterne, che venivano riempite ogni giorno con dei camion. Lungo la via principale si trovavano negozi di vestiti e di alimentari, diversi bar, il meccanico, il sarto. C’erano anche alcuni bordelli, dove le ragazze vittime della tratta, in maggioranza nigeriane, ricevevano i clienti. A frequentare i bordelli non erano solo gli abitanti del Ghetto, ma anche alcuni italiani, attirati dai bassi prezzi: per un rapporto completo, ad esempio, bastavano 5 euro.

Quello che mancava però era un sistema di raccolta dei rifiuti efficace. I camion della raccolta non arrivavano fino al Ghetto, così lungo il vialetto di ingresso si accumulava una montagna di spazzatura, tanto che gli abitanti del ghetto finivano per appiccare il fuoco per farla diminuire.

La notte tra il 14 e il 15 febbraio, la vita brulicante del Gran Ghetto è stata interrotta da un grandissimo incendio, probabilmente a causa di un cortocircuito o del malfunzionamento di una stufa. Pochi giorni dopo avrebbero dovuto svolgersi le operazioni di sgombero, volute dalla Regione Puglia e dalla prefettura di Foggia.

Oggi al Ghetto vivono ancora circa 100 persone, che con pali, assi e teli di plastica stanno pazientemente ricostruendo le loro baracche. Le autorità sembrano assenti e indifferenti al problema: questi ghetti, situati vicini ai campi, in realtà sono funzionali a un’economia agricola tutta tesa alla ricerca del prezzo più basso, a scapito dei lavoratori migranti sfruttati da caporali e aziende multinazionali.

A Calais, invece, sta proseguendo lo smantellamento del campo, che va avanti da tre giorni. La polizia sta eseguendo alcuni arresti, mentre a volontari e associazioni non è permesso di entrare. Il servizio immigrazione dà ai rifugiati un’ora di tempo per andare ai container o prendere un bus per Montpellier. “Le conosciamo, le loro soluzioni, solo che noi non vogliamo andarcene“, afferma Abou, abitante della Giungla.

Annunci