“Oggi sono molto triste per la Gran Bretagna. Sono andata a dormire alle 4. Sono triste perché vedo sfuggire molte conquiste ottenute faticosamente in tante lotte per tanti anni”.

24 giugno 2016 – Stamattina mia nonna, che è molto tecnologica nonostante i suoi 84 anni suonati, mi ha mandato questo sms. La chiamo e mi risponde in lacrime: “Noi abbiamo lottato per un’Europa libera e unita. Abbiamo lottato per voi, per i giovani. E guarda cosa ne è adesso. Tante vittorie che ci sono costate tanto, anche la vita a volte, sono andate in fumo”.

Piange forte, è agitatissima. Le dico di fare un respiro, di tranquillizzarsi. “Non posso tranquillizzarmi, lo sai che la politica ce l’ho nel sangue! Alla tv ho visto quel mascalzone di Trump che esultava, che era già pronto ad andare da quell’altro mascalzone di Farage a congratularsi. Ma te lo immagini?” Su quest’ultima domanda la voce le diventa acuta, fino quasi ad essere stridula.

“Non possono vincere loro! I giornalisti hanno intervistato anche dei ragazzi che sono là a Londra a vivere, a lavorare. Sono preoccupatissimi, che cosa gli succederà adesso? Io non lo so, io ero felice perché tu potevi muoverti libera in questo continente, perché non c’erano più confini, e invece adesso tutti alzano i muri. I telegiornali dicono che adesso anche altri Paesi usciranno dall’Unione Europea. I miei nipoti in che mondo vivranno? In che mondo vivrete? È la fine di un sogno”.

Mia nonna non è un’analista politica, né un’esperta di economia. È una donna nata nel 1932, che ha vissuto la dittatura fascista, ha assistito all’approvazione della nostra Costituzione, alla nascita della Repubblica italiana e al primo voto alle donne. Tesserata al PCI da quando aveva 18 anni, si è sposata con un ex partigiano, poi dirigente del sindacato degli autoferrotranvieri. Con mio nonno ha viaggiato nella Mosca di Stalin per andare a conoscere i compagni dell’URSS. Negli anni successivi ha respirato il sogno di un’Europa unita, senza più guerre, garante dei diritti di tutti e di una pace duratura.

Questa telefonata, il suo pianto, la sua amarezza, mi fanno venire in mente due cose.

La prima, che nonostante l’età lei ha molta più grinta di me nel difendere i diritti e le libertà di tutti. Potrebbe fregarsene, del resto ha già fatto la sua parte, ormai è vecchia e questa notizia non la coinvolge direttamente. Eppure, a 84 anni, questa donna non smette di indignarsi. Noi giovani purtroppo siamo fatti di una pasta diversa, “è un’altra generazione”, si dice. Una generazione nata con la vita più facile, che forse deve ancora imparare cosa vuol dire davvero indignarsi. Indignarsi e lottare.

La seconda, che mia nonna parla ancora di un’Europa aperta, accogliente, baluardo dei diritti umani. Molto diversa da quella che ci ritroviamo oggi, asservita a un’unica legge, quella del denaro. Le banche speculano con la benedizione dei nostri politici, le persone perdono il lavoro e la casa, i migranti in fuga da guerre e povertà muoiono sui confini di filo spinato. Forse non è questa l’Europa per cui aveva lottato mia nonna, il nonno e gli altri compagni.

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