Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

12 ottobre 2016 – Nel referendum sulla pace tra le FARC e il governo colombiano ha vinto il NO. Tutto da rifare. Nel frattempo al presidente Juan Manuel Santos è stato assegnato il Nobel per la pace. La quasi contemporaneità di due notizie sorprendenti sullo stesso tema ha acceso i riflettori sul movimento delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (appunto le FARC), che da molti sono ritenute un gruppo terrorista che aveva a che fare con le droghe. In realtà c’è molto di più.

L’aspetto che molti ignorano è che si tratta di un gruppo politico, che si autodefinisce come “comunista”, “anti governativo”, “sudamericanista”, “bolivariano”, “popolare” e “anti capitalista”. Le origini sono più che nobili, difatti si trattava di un’organizzazione in difesa dei contadini che subivano soprusi e maltrattamenti dalle forze para militari segretamente finanziate dal governo (!). Nel tempo la difesa degli ultimi è degenerata in attacco politico e militare armato con l’obiettivo di destabilizzare il governo e di instaurare una repubblica socialista. Dal 1964 le FARC si sono macchiate di tanti crimini, come la morte di 220 mila persone e lo sfollamento forzato di milioni di colombiani dalle loro case.

La guerriglia durata 50 anni è di stampo prettamente politico. Solo gli Stati Uniti (per fortuna l’Europa ha cambiato da poco idea) classificano le FARC come gruppo terrorista, per tutti gli altri (compresa la stessa Colombia) si tratta di un movimento di guerriglia politica, che ha innegabilmente sempre avuto un grande seguito nel Paese.

Il modo con cui si è finanziato il movimento negli anni è cambiato, ma in generale le principali fonti di reddito sono i rapimenti, la gestione di alcune piantagioni di cocaina e soprattutto la tassazione verso persone fisiche e giuridiche, che operano nel territorio controllato dalle FARC, con un reddito superiore al milione di dollari. Chi non paga viene sequestrato in attesa che regoli la propria posizione; questa pratica speciale è stata abolita negli accordi con il governo, non confermati dal referendum. Con il traffico di cocaina si è finanziata la formazione delle forze armate attraverso dei veri e propri corsi guidati da membri dell’ETA irlandese.

È vero, in 50 anni le FARC hanno compiuto delitti e scempi. Bisogna però fare dei distinguo: non sono “solo” dei criminali, ma soprattutto un’organizzazione politica. Per capire meglio il concetto si può fare un confronto con un’organizzazione criminale che in Italia conosciamo meglio: Cosa Nostra. Di quest’ultima nessuno mai giustificherebbe le pratiche estorsive o di violenza, fondamentalmente perché ci sono delle differenze all’origine. La mafia ha sempre fatto i propri interessi, quelli dei suoi affiliati, a volte con la connivenza dello Stato, e i cittadini siciliani c’hanno sempre e solo rimesso. Le FARC nascono con l’intento di proteggere le fasce più deboli della popolazione, e lo Stato ha sempre rappresentato il loro unico nemico. Uno è un gruppo criminale, l’altro è un gruppo politico. Questo è il motivo per cui si può, almeno in parte, giustificare le FARC nonostante il loro operato. Non altrettanto si può fare con Cosa Nostra.

Le FARC, però, oggi sono un movimento anacronistico, indebolito dalle vicissitudini storiche più che dal governo colombiano. La pace conviene ad entrambi i fronti. Ma allora perché il referendum non ha confermato gli accordi? Soprattutto per due motivi: il rischio politico di avere degli estremisti di sinistra con rappresentanza ed eleggibilità parlamentare e la presunta linea morbida negli accordi nei confronti delle FARC, che non avrebbe pagato davvero per i crimini commessi.

La prima di queste ragioni ha avuto uno sponsor molto forte, gli Stati Uniti, da sempre troppo interessati alla politica interna dei Paesi del continente americano e storici nemici delle FARC, che durante la guerra fredda venivano finanziate dalla Russia, mentre gli States finanziavano i gruppi paramilitari, anche loro (come e più delle FARC) abituati ai metodi violenti. Le FARC in parlamento fanno paura agli USA, che agiscono in questo caso come il vero nemico della pace in Colombia. Come sempre, sono stati molto bravi nel gestire la strategia comunicativa, mettendo in primo piano nella campagna per il NO l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, molto amato dai cittadini.

Per questo accordo, il presidente Santos ce l’ha messa tutta. Le FARC, seppur indebolite nel tempo, hanno messo da parte la violenza. Altri stati, come Venezuela e Cuba, hanno fatto da intermediari. L’Europa attendeva con ansia l’esito del referendum. L’occasione per fare la pace, però, l’ha persa innanzitutto il popolo colombiano e poi il mondo intero.

 

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