Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

25 ottobre 2016 – I risultati dei test 2016 di Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione) mostrano una profonda spaccatura tra nord e sud Italia: se alle elementari il livello di formazione degli studenti è pressoché uguale, dalle medie in poi la distanza si fa abissale, con le isole fanalino di coda (12% in meno rispetto alla media nazionale). Una notizia del genere dovrebbe bastare a far dimettere un governo regionale, o quantomeno l’assessore all’istruzione, dovrebbe essere in prima pagina sui giornali locali e far seriamente riflettere i tanti insegnanti e presidi sulla bontà del loro operato. E’ vergognoso per chi come me è cresciuto in un’isola, ed è preoccupante per chi vuole viverci e farci crescere i propri figli.

Questa notizia arrivano giusto qualche giorno dopo le due settimane trascorse da volontario presso una comunità indigena della sierra ecuadoriana, Salasaca, un piccolo villaggio dove tra le altre cose mi occupavo del dopo scuola ai bimbi di elementari e medie. E’ una scuola speciale, gestita da un americano filantropo, con programmi che si concentrano sulla cultura indigena (si studia la lingua locale, il Kichwa), sull’inglese e su metodi di insegnamento alternativi. Fino a pochi mesi fa i volontari potevano insegnare nella scuola, e questo era il motivo per cui tante famiglie decidevano di mandare lì i propri figli.

Qui la scuola è importante ma per le famiglie è soprattutto un costo. Tutti sanno che l’istruzione può garantire un futuro migliore, però impedisce ai figli di aiutare nei lavoro domestici. Il dopo scuola è una pausa tra i mille impegni che i bimbi hanno in casa: qualcuno bada ai fratellini più piccoli, perché le famiglie sono numerose, altri vanno a dare una mano ai genitori a badare gli animali o ad irrigare i campi, alcuni vivono con i nonni e aiutano in casa.

Per i ragazzini di Salasaca la scuola è un po’ noiosa e dovevo impegnarmi molto per convincere un bimbo a studiare cos’è il soggetto in analisi logica e ad un’altra a ripetere la tabellina del “7”. Il loro sapere sembrava un po’ precario e trovavo tante falle in quasi tutte le materie. Tra i bimbi che frequentano il dopo scuola c’è Rosita, ha un abito sporco e un po’ strappato qua e là, ma dignitoso, lei non sembra interessata solo a giocare come gli altri bimbi e per orgoglio non accetta nessun aiuto dai volontari. La osservo fare i suoi compiti in fretta e sempre senza errori, con il suo visino scuro e le orecchie sporche, sembra che studiare le piaccia davvero. Ha un bel caratterino e sa il fatto suo.

Di mattina invece la scuola è semi deserta, l’unico che frequenta la scuola è Inti, un ragazzino di 11 anni con una disabilità fisica e mentale. Con lui non si fanno i compiti, si prova solo ad imparare a disegnare, a contare, a riconoscere i numeri e a fare esercizi motori. Per Inti la scuola è fondamentale, i volontari che di volta in volta transitano a Salasaca, se ne prendono cura. Il giorno prima di partire avrei voluto dirgli tante cose, ma con il groppo in gola sono riuscito sono a produrre un timido “adios” e l’ho abbracciato forte. Dal giorno dopo avrebbe avuto altri volontari a prendersi cura di lui. I suoi amici sono passeggeri come noi, coltivano rapporti intensissimi e poi spariscono in posti sconosciuti che Inti non vedrà mai.

Per lui la scuola è questo, per i bimbi di Salasaca un futuro diverso da quello già scritto. Sempre che siano bravi a sbracciarsi e a imparare tanto di più rispetto a quello che le modeste scuole di periferia riescono a fare. Secondo le probabilità, Rosita potrebbe essere la sola, o una delle poche, a trovare nella vita un riscatto per sé e per la sua comunità. Per fare il salto di qualità è necessario che si dia da fare più degli altri, che si appassioni davvero allo studio e che utilizzi le poche risorse formative che riceverà per apprendere al massimo.

In Italia, intanto, succede più o meno la stessa cosa: nelle zone meno ricche del Paese, i ragazzi delle medie e delle superiori non hanno diritto alla stessa qualità formativa, e solo in pochi potranno ambire a diventare eccellenti, dovranno sbracciarsi e fare più del possibile per essere allo stesso livello dei loro coetanei concittadini del nord Italia. Se ce la faranno gliene verrà riconosciuto il merito, altrimenti saranno come tutti gli altri, ragazzi che vivono nella mediocrità e che potranno solo elemosinare in giro un lavoro dignitoso e nulla più. Per averlo magari dovranno emigrare verso nord, dove la vita sembra più facile, e si chiederanno la stessa cosa che si sono chiesti tanti ragazzi prima di loro: “Perché non esistono le stesse possibilità nel meridione?”

 

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