Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

28 ottobre 2016 – Mentre cammina lungo le strade sterrate di Salasaca, Virginia fila la lana. Incastrato nel chumbi, la cintura ricamata a mano tipica del paese, ha un bastone su cui è fissato un batuffolo di lana grezza. Sfregando il pollice e l’indice della mano sinistra crea il filo, mentre con la destra lo arrotola attorno a un piccolo fuso di legno. Come lei, tante altre donne filano la lana mentre camminano a passi piccoli e veloci, per non perdere neanche un minuto negli spostamenti.

Virginia è nata e cresciuta a Salasaca, un paese di circa 8.000 abitanti situato a 2.800 metri di altezza sulle Ande, nel cuore dell’Ecuador, incastonato tra tre vulcani: il Chimborazo, il Cotopaxi e il Tungurahua. Durante i suoi 36 anni, questa donna ha sempre vissuto qui: “Non sono mai stata neanche a Baños, che dista solo mezz’ora da qua. Non conosco niente. Che donna è una che non è mai uscita dal suo paese?” Come la quasi totalità degli abitanti di Salasaca, anche Virginia fa parte del popolo quichwa, le cui origini risalgono all’Impero Inca: il quichwa fu la lingua ufficiale dell’impero e oggi è parlato in vari dialetti da circa 9 milioni e mezzo di persone in tutto il Sud America, soprattutto in Ecuador, Perù e Bolivia, ma anche in Colombia, Argentina e Cile.

Virginia ha i tipici tratti indigeni: viso squadrato, fronte bassa, occhi a mandorla, naso leggermente schiacciato. La mattina si sveglia alle 5, si lega i folti capelli neri, liscissimi, con un lungo nastro colorato, e va a lavorare nei campi di mais e patate ereditati da suo padre. In più fa la cuoca in una scuola elementare e fa le pulizie in una piccola biblioteca. La sera quando torna a casa rassetta, dà da mangiare alle mucche e prepara la cena per la famiglia. Il marito fa anche lui il contadino e, quando lo chiamano, il muratore. Ma è molto dura, a Salasaca non c’è lavoro. Virginia ha due figli, il più grande ha 19 anni e l’altra 16. “Li ho avuti molto presto, quando ancora non ero sposata. Qui è normale fare figli prima del matrimonio. La piccola è brava a scuola, le piace studiare. Dopo il diploma vuole fare l’università, ma servono soldi. Per questo devo lavorare così tanto”.

img_1805Di giorno l’acqua arriva nelle case del paese grazie all’energia solare. Quando è brutto tempo dai rubinetti non esce una goccia, e così Virginia, come tutti gli abitanti della zona, tiene in cucina come scorta tre grosse taniche gialle piene di acqua. Quando c’è bisogno di irrigare i campi, poi, si sveglia all’una di notte e sale per le strade polverose della contrada Manguiwa. Lì può usufruire del sistema di stretti canali che costeggiano le strade per far arrivare acqua alle sue terre. “Bisogna farlo di notte quando c’è più acqua, altrimenti le piante si seccano e si perde tutto il raccolto”, spiega.

Salasaca è uno dei pochi villaggi quichwa rimasti originali. A scuola ai bambini viene impartita un’educazione bilingue spagnolo-quichwa e le persone portano ancora gli abiti tradizionali: gli uomini si vestono di bianco e sopra infilano un poncho bianco e uno nero, mentre le donne usano pesanti gonne nere di lana, fermate in vita con il chumbi, e grandi ponchos colorati. Molto caratteristico è anche il cappello a tesa larga fatto di lana spessa, che è portato sia dagli uomini sia dalle donne.

La principale fonte di reddito qui è l’agricoltura: ognuno ha il suo appezzamento di terra dove coltiva soprattutto mais e patate, ma anche pomodori e altri ortaggi. Negli anni Cinquanta la popolazione di Salasaca è cresciuta molto, e così gli appezzamenti sono stati ridimensionati, finendo per non essere più sufficienti nemmeno per il sostentamento della famiglia. La povertà ha spinto allora molte famiglie a cercare fortuna altrove: a metà degli anni Settanta c’è stata una grande ondata migratoria verso le isole Galapagos. Molti abitanti di Salasaca erano muratori e là venivano impiegati per costruire alberghi nel periodo del boom del turismo. Intanto le mogli lavoravano come personale nei nuovi hotel. Al momento ci sono circa 3.000 persone di Salasaca che vivono lontano dal paese d’origine, e ancora oggi molti giovani se ne vanno in Europa o in Nord America in cerca di nuove opportunità.

Quelli che restano, invece, continuano a vivere in una società tradizionale, basata su regole antiche, che influenzano tutti gli aspetti della vita, tra cui la politica. L’organizzazione dell’amministrazione locale, ad esempio, ricorda quella dell’epoca incaica ed è molto vicino alla democrazia diretta: le 21 comunità che fanno parte di Salasaca (ognuna delle quali corrisponde circa a un quartiere) si riuniscono più volte alla settimana e deliberano in merito a questioni di qualsiasi tipo, dalle più importanti alle più insignificanti. “E’ giusto che in queste riunioni si possa discutere di tutto e prendere decisioni, in fondo si tratta di cose che ci riguardano direttamente – afferma un membro della comunità Manguiwa –. Oggi ad esempio abbiamo votato per mettere l’asfalto su una strada”.

A Salasaca l’autonomia e l’indipendenza sono valori fondamentali e anche per questo il presidente dell’Ecuador, Raphael Correa, non gode di grande seguito: “Lui vuole una società omogenea e unificata, non rispetta le differenze”, dicono alcuni abitanti. In un discorso dell’anno scorso, Correa ha definito gli indigeni quichwa “Kaspi Uma”, cioè teste di legno, proprio per la loro “incapacità di comprendere” le riforme di cui si faceva portatore. “Noi capiamo benissimo le sue riforme, solo che non siamo d’accordo”, spiegano.

Salasaca è dunque uno dei baluardi del popolo quichwa e delle sue rivendicazioni, anche se da qualche anno si è affermato sempre di più il mito dell’uomo bianco. Oggi, infatti, vanno molto di moda le creme per sbiancare la pelle e le mollette “arriccianaso”, ovvero dei piccoli aggeggi da attaccare al naso per tenere la punta all’insù. E questo avviene soprattutto tra i giovani. “A me non interessa, ognuno può fare quello che vuole”, borbotta Virginia mentre mette a bollire una pentola con riso e carote. E poi aggiunge sospirando: “Sono solo preoccupata perché tutti se ne vanno da Salasaca. E quando noi diventeremo vecchi, chi ci abiterà qui?”

di Alice Facchini

Articolo già pubblicata sul sito di QCodeMagazine.

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