Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

16 novembre 2016 – Non avrei mai pensato che, dopo solo una settimana di lavoro a Quito, sarei stato già invitato a un battesimo di una bambina di una famiglia locale. Eppure è successo: Segundo, un mio collega, non so ancora per quale motivo mi ha chiesto di partecipare alla cerimonia, nella comunità indigeno-evangelica di cui fa parte. Io estendo l’invito anche ad Alice, andremo insieme.

Prendiamo il bus per una zona periferica di Quito, vero nord, sembrava un paesino desolato, con strade mezze sterrate, mezze asfaltate e case ancora non finite, senza intonaco e senza il tetto. Una di queste case in cemento armato, con il secondo piano ancora in costruzione, era la chiesa evangelica. I muri ancora grezzi erano coperti da teli bianchi e qua e là erano appesi addobbi e palloncini rosa. Per il resto la chiesa consisteva in un piccolo palco alto qualche decina di centimetri, che faceva da altare, e in una serie di sedie in plastica posizionate a semicerchio intorno.

La bambina che stava per essere battezzata quel giorno compiva 2 anni, il battesimo non si era fatto prima perché la famiglia stava aspettando di raccogliere i soldi sufficienti per pagare la festa.

La cerimonia è l’apoteosi del sincretismo: riti, canti e letture cristiano-evangeliche si mischiano a rituali della tradizione indigena kichwa. Le canzoni, ad esempio, sono un po’ in spagnolo e un po’ in kichwa. Il pastore della Chiesa, così come la maggior parte degli uomini, è vestito in abito tradizionale indigeno: scarpe di tela legate alla caviglia, pantaloni bianchi e poncho scuro, capelli raccolti in una lunga treccia. Le donne invece hanno una lunga gonna scura, cintura larga ricamata, camicia bianca con trame floreali molto colorate e le stesse scarpe di tela che indossano gli uomini.

Durante la celebrazione, ci rendiamo conto di essere oggetto dell’attenzione di molti: ogni qualvolta ci spostiamo, il nostro movimento viene seguito dallo sguardo curioso e interessato della platea, e durante la predica il pastore ci indica e ci ringrazia per la presenza.

Dopo l’ennesima lettura dei testi sacri e l’ennesima canzone suonata da un gruppo di musica che noi chiameremmo peruviana (di qualità un po’ peggiore però), la fame si fa sentire. Serve passare il microfono a due donne che, accompagnate da un pianista col parrucchino, cantano ad ottave improponibilmente alte, sfociando nello spettro degli ultrasuoni, per farci desiderare solamente l’inizio del pranzo. D’altronde, il trio viene direttamente da un villaggio della foresta amazzonica, e allora cosa facciamo, non li facciamo suonare?

Prima del banchetto, è uso consegnare il regalo alla famiglia che ha organizzato la festa. Non avevamo nessuna idea su cosa comprare per la bimba, e così abbiamo chiesto consiglio a Segundo. In Italia di solito si scelgono regali costosi, gioielli perlopiù. Qui invece è diverso, e così seguendo le abitudini locali ci presentiamo con in mano una bottiglia da 3 litri di una bibita gasata. Tutto qui, il papà della bimba è contento, ci ringrazia e ci abbraccia. Sembra incredibile ma anche gli altri regali sono dello stesso tipo: l’alternativa sarebbe stata un cartone di uova fresche.

Superata la vergogna personale nel momento regali, finalmente si mangia. Non pretendevamo un pranzo cerimoniale come quelli a cui siamo abituati in Italia, però mi sono seriamente preoccupato quando ho visto la disposizione delle sedie: in fila, tutte rivolte verso l’unica tavolata allestita in fondo alla stanza, dove prendono posto i familiari più stretti della festeggiata. Loro possono mangiare appoggiati ad un tavolo, noi mettiamo il cibo sulle gambe.

La preoccupazione cresce ulteriormente quando arrivano i primi vassoi con, nell’ordine: patatine al formaggio, crackers con marmellata, mini meringhe, spiedini di frutta, rondellini di wurstel. Quando già la preoccupazione stava per trasformarsi in disperazione, mi accorgo che quello era solo l’antipasto.

Dopo un paio di canzoni del gruppo tradizionale, infatti, cominciano ad arrivare le portate “forti”: per primo un mix di fagioli e mais tostato, che ci dicono essere un piatto tipico della tradizione indigena, preparato nelle occasioni di festa. Mancano però i piatti e Maria, simpatica moglie di Segundo, donna vecchio stile, di taglia forte, che ride di gusto per qualsiasi cosa diciamo o facciamo, ci aiuta tirando fuori dalla borsa dei sacchettini di plastica dove infilare il cibo, da mangiare poi col cucchiaio. Poi arriva una zuppa di pollo, Alice è vegetariana e non la mangia, Maria le chiede di prenderla comunque e darla a lei, che però non la mangia ma la mette dentro ad una grande busta che si era portata da casa.

A quel punto mi accorgo che non solo lei, ma tutti gli invitati si sono organizzati con buste, borse, sacchi, sacchettini, che iniziano a riempire con il cibo che avanza. Lo fanno senza vergogna, qui si usa così, non c’è niente di male, anzi sarebbe un peccato sprecare tanto cibo (come invece facciamo noi nei banchetti italiani). Stessa cosa succede con i resti dell’enorme piatto che ci servono successivamente, fatto di riso, patate, insalata, carne arrosto e pollo, così come con l’ottima torta alla frutta che chiude il banchetto.

A quel punto anche noi ne approfittiamo, ci facciamo prestare alcuni sacchetti e ci portiamo a casa le scorte per i giorni successivi. E’ venuto il momento di andare: salutiamo tutti e andiamo verso la fermata del bus come tutti gli altri invitati, con la nostra busta in mano e la pancia piena.

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