Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini

22 novembre 2016 – Un muro massiccio di mattoni marrone chiaro, alto almeno 20 metri, è sormontato da spuntoni di ferro arrugginito. Costeggiandolo lungo la calle Rocafuerte di Quito non si intravede nulla di ciò che c’è al di là, lasciando spazio all’immaginazione. Finalmente eccoci all’entrata: un enorme cancello in ferro battuto conduce al primo cortile, da dove si scorge l’imponente edificio che porta la targa “Cárcel Garcia Moreno”.

Questa prigione, situata in pieno centro storico, è stata inaugurata nel 1879 ed ha funzionato fino al 30 aprile 2014, quando lo stato ha dovuto chiuderla per sovraffollamento e condizioni inumane dei detenuti. In media vi erano ospitate, o meglio rinchiuse, 1.200 persone. Oggi le porte del carcere sono aperte a chi è interessato a vedere come si viveva all’interno e a conoscere gli episodi chiave, come l’uccisione del presidente ecuadoriano Eloy Alfaro, l’evasione di diversi detenuti e le storie dei più famosi serial killer e narcotrafficanti passati per queste celle.

20161119_103849All’ingresso ci accoglie Oscar, psicologo che per 28 anni ha lavorato dentro al Garcia Moreno, che ci farà da guida. Dopo aver attraversato pesanti porte di acciaio ci troviamo a percorrere il primo corridoio, lungo, stretto, senza finestre, illuminato solo da una bianca luce al neon. Dopo pochi metri arriviamo al Panopticon, una struttura circolare che si trova esattamente al centro del carcere e da cui i poliziotti potevano controllare i 5 padiglioni che si estendevano tutto intorno a raggera.
20161119_111744Il primo che visitiamo è il Padiglione C, uno dei più tranquilli, ci dice Oscar. Un largo corridoio con svariate porte da un lato e dall’altro, spesse, con un sistema di chiusure in acciaio. All’interno le celle sono anguste e contengono solo due brandine in cemento, una sopra all’altra, un water e lo spazio per collocare eventualmente un fornello. Sui muri ancora si trovano i poster che i detenuti avevano appeso, un paesaggio, qualche donna nuda e qualche scritta incisa nell’intonaco.

Lungo il perimetro di alcune delle porte, sullo stipite, sono piazzate delle spugne gommose. Quando chiediamo perché, Oscar ci spiega: “È per evitare questo rumore”. Si avvicina a una porta che non ha il rivestimento e la sbatte con forza. Un boato assordante riempie tutto il padiglione e fa vibrare i muri per qualche secondo. “Le guardie a volte lo facevano apposta, anche più volte al giorno. Era una forma di tortura per i carcerati, alcuni rischiavano di uscire fuori di testa. Queste spugne erano l’unico rimedio”.

20161119_104614Notiamo anche che le celle hanno la possibilità di essere chiuse dall’interno, oltre che dall’esterno. “Questo permetteva a chi riceveva una visita dalla propria fidanzata, moglie o amante di salvaguardare la propria intimità”, racconta Oscar. “Nell’orario di visita ognuno aveva la possibilità di avere la cella tutta per lui per un po’, poi ci si dava il cambio”. Sopra una cella situata a metà del corridoio campeggia un cartello rosso con la scritta Coca Cola. “Questo era il negozio dove i detenuti potevano comprare quello di cui avevano bisogno, dal sapone al pane, dalle caramelle al tonno. C’era un po’ di tutto: tutti i prodotti che la multinazionale Coca Cola commercializza in Ecuador erano venduti lì dentro”.

È venuto il momento di spostarci e di andare nel tristemente famoso Padiglione B, quello dove venivano rinchiusi i criminali più violenti e pericolosi. Mentre percorriamo il corridoio, Oscar ci chiede: “Secondo voi al Garcia Moreno si viveva bene o male? La risposta è: dipende da quanti soldi avevi. I ricchi potevano permettersi di arredare la cella come meglio credevano, con ceramiche, materassi ortopedici, televisione e con tanto di frigo bar. Per fare entrare questi confort dentro al carcere corrompevano i poliziotti di guardia. Le loro celle ospitavano una, massimo due persone. I poveri invece non potevano permettersi niente e vivevano in celle sovraffollate, con 7/8 persone in 7,6 mq. Quando qualcuno veniva scarcerato vendeva il suo posto letto a un nuovo detenuto: il prezzo poteva andare da 500 fino a 2.500 $”.

20161119_104625All’interno del Padiglione B vediamo quella che veniva chiamata con disprezzo “la cella dei drogati”: una cella dove dormivano fino a 20 tossicodipendenti, che per pagarsi la droga “avrebbero rubato qualsiasi cosa”, dice Oscar, e che quindi nessuno voleva come compagni di stanza. Oggi non è altro che una stanzetta angusta, buia, spoglia, con l’intonaco scrostato. “Questa era la cella dove ho visto le condizioni più terribili: qui gli uomini vivevano come bestie, senza nessuna dignità, ammassati per terra. Vendevano di tutto per potersi comprare la roba, i fornelli, le lampadine, perfino gli interruttori della luce. Di notte per farsi luce usavano delle candele attaccate al muro”. In questo padiglione i detenuti erano i più poveri di tutti, le persone senza una famiglia alle spalle. La vita nel carcere per loro era durissima: per dormire tagliavano i materassi in pezzi e ognuno si stendeva su una parte, mangiavano solo il rancio fornito dallo stato ma se non si mettevano subito in fila rischiavano di non trovare più cibo.

20161119_123357Tutto il contrario invece era il Padiglione A, quello di massima sicurezza ma anche “di massima comodità”, si diceva. Qui furono rinchiusi poliziotti che avevano commesso crimini, narcotrafficanti e politici, tra cui quelli che avevano causato la crisi bancaria del ’99. “Questi detenuti avevano dei palesi privilegi – racconta Oscar –. Corrompendo le guardie facevano entrare cellulari, droga, ma anche armi e persino esplosivi. Nelle celle avevano scavato dei buchi nel muro per nascondere gli oggetti illegali. Le loro mogli, o amanti, entravano il sabato mattina e restavano fino a domenica pomeriggio, fermandosi anche a dormire la notte”.
L’individuo simbolo di questa condotta fu Oscar Caranqui, famosissimo narcos che in cella custodiva gioielli per milioni di dollari e quadri di pittori famosi. Ancora oggi, più che una cella, questa sembra una stanza di un albergo di lusso, anche se di piccole dimensioni. Quando ne aveva bisogno, Caranqui si faceva portare vestiti da civile e usciva dal carcere, per poi tornare dopo qualche ora una volta sbrigate le sue faccende. Insomma, Al Garcia Moreno il denaro apriva qualsiasi porta.

20161119_124149La visita è finita e così ripercorriamo al contrario il corridoio che porta fuori dal carcere. Inciso su una balaustra noto una scritta, “Aqui estuvo J.V.”, in italiano “J.V. è stato qui”. Chissà come si chiamava davvero questo J.V., José? Javier? Julio? Chissà perché si trovava in prigione, e chissà se aveva abbastanza soldi per potersi comprare la dignità, all’interno di queste mura. Dopo tanto tempo qui dentro inizia a mancarmi l’aria. Ho la testa pesante, gli occhi mi bruciano, percorro a passo svelto gli ultimi metri prima dell’uscita. Varco la porta, l’aria fresca mi rianima, il sole mi batte forte sulla faccia. Finalmente posso alzare gli occhi e guardare il cielo.

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