Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

25 novembre 2016 – Dal momento in cui ho letto l’Antologia di Spoon River ho cominciato a vedere i morti con occhio diverso. Ogni visita a qualsiasi cimitero sarebbe stata un’esperienza profonda, riflessiva, di silenzio, che però vive due fasi distinte: la visita ai morti familiari, ricordando il dolore, ripensando alle relazioni, e sentendo la mancanza del proprio caro, e poi le fantasticazioni sui defunti sulle cui tombe casualmente si posava il mio occhio.

In questo secondo momento, ipotizzavo situazioni particolari, morti improvvise, dolori e lutti dei parenti, funerali sobri o pomposi, provavo a immaginare cosa avevano pensato gli amici, come aveva reagito la moglie o, in caso di un bambino o di un giovane, subito calcolavo l’eta e mi immedesimavo.

I cimiteri danno un’emozione speciale, dal più insiginificante e piccolo a quelli importanti dove sono seppellite le persone famose. Di cimiteri particolari ne ho visti tanti e sempre mi hanno attratto. Tra loro mi limito a riportarne alcuni: innanzitutto il cimitero di Monte Lepre, dove campeggia la scritta “Fummo come voi, sarete come noi”, dove perlaltro è seppellito Turi Giuliano. Poi il cimitero Pere Lachaise di Parigi, famoso per la presenza di Jim Morrison, Oscar Wilde e tanti altri, ma che a me affascina per le lapidi spaccate e i sentieri labirintici. Mi ci sono perso con Alice, la mia ragazza, cercando la tomba di Jerda Taro, che trovammo per caso quando stavamo per andare via. Un altro cimitero è Abney Park a Londra, davvero spaventoso, con collinette franate, lapidi avvolte da rampicanti, un senso di decadenza molto affascinante.

Finora però mai mi era capitato di vedere ciò che ho visto in Ecuador in occasione della festa dei morti, il 2 novembre. Mi trovavo a Puerto Lopéz, sulla costa pacifica, per una vacanza durante il ponte che in Ecuador è durato 5 giorni. Vedo un certo movimento verso il viale che porta appunto al cimitero, lo seguo ed entrando mi trovo di fronte ad una scena allucinante: una vera e propria festa di paese che si svolgeva in mezzo alle tombe. Le famiglie, con sedie e sgabelli, attorniavano i sepolcri dei propri cari. Di tanto in tanto qualcuno vi si sedeva sopra, bambini che giocavano  a palla tra le lapidi e le croci, e poi pentole, padelle, vassoi, insalatiere, e tutti con i piatti in mano a mangiare, odori e profumi tutt’altro che delicati, persino venditori ambulanti con i carrelli facevano lo slalom tra le tombe. Due musicisti con chitarra e fisarmonica allietavano i banchetti.

In realtà non è niente di così strano, lo è solo agli occhi di chi, come me, proviene da una cultura in cui il rispetto per i morti si trasmette attraverso l’atteggiamento sommesso e silenzioso nei luoghi di culto funerario. Per loro invece il giorno dei morti è una grande festa, un’occasione per pranzare con chi non è più su questa terra. Questa abitudine apparentemente bizzarra è una tradizione centenaria degli indigeni Kichwa che ogni anno, il 2 novembre, si ritrovano nei cimiteri a mangiare e festaggiare insieme. Il più delle volte, anzi, si prepara un piatto in più e si lascia sulla tomba del caro defunto. Chissà che gli venga un certo languorino.

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