Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini e Alessandro Piro

 

Un racconto di viaggio a quattro mani, diviso in due puntate, ANDATA e RITORNO. Qui di seguito il primo capitolo, per il secondo clicca qui.

 

LA PARTENZA

20 dicembre 2016 – Sono le 7 e mezza di mattina. Sul molo di Coca, cittadina alle porte dell’Amazzonia, un gruppo di persone aspetta di imbarcarsi per Nuevo Rocafuerte, l’ultimo paesino prima del Perù, il punto più a est di tutto l’Ecuador. Mezzo di trasporto: una canoa. Ampia, con una tettoia e sedili imbottiti, ma pur sempre una canoa. Può ospitare fino a 60 passeggeri, tutti devono indossare salvagenti arancioni scoloriti e sporchi. Dopo qualche minuto ci fanno accomodare sulle panche collocate lungo i due lati della barca, mentre davanti e dietro si accatastano i bagagli: oltre a zaini, borse e borsine, anche casse di merce, sacchi di patate, giochi per bambini. Poco dopo la canoa salpa dal porto Francisco de Orellana e si immette sul fiume Napo, direzione oriente.

Una signora si lamenta di dover indossare il salvagente, e così il ragazzo che guida la barca le spiega che pochi giorni fa quello stesso salvagente ha salvato due persone in un incidente. “Ottimo”, penso tra me e me, “se la canoa si ribalterà perderò tutte le mie cose nel fiume, il passaporto, le carte di credito, i vestiti, il cellulare, i libri, ma almeno potrò affidarmi a un salvagente degli anni ’80 per restare a galla!” Meglio non pensarci.

La navigazione procede lenta, la canoa ha un motore molto rumoroso ma non particolarmente potente. Tagliamo la superficie del fiume senza alzare onde, solo increspando leggermente lo specchio d’acqua che veloce si richiude alle nostra spalle. Il rio Napo ha un colore marrone chiaro, tendente al giallognolo, che si trasforma in un azzurro biancastro quando riflette il cielo. Una riva dista dall’altra talmente tanto che non si riescono a scorgere con precisione i dettagli degli alberi e delle piante che costeggiano il corso d’acqua. Più che un fiume, in effetti, sembra un enorme lago.

img_3382Guidare la canoa qui non dev’essere affatto facile: molto spesso ci sono tronchi, rami o altri ostacoli da schivare; in certi punti il fiume è secco e al posto dell’acqua rimane solo una distesa di sabbia; e poi a volte l’ampiezza è tale che si perde la cognizione dello spazio… verso dove scorre l’acqua? In che direzione dobbiamo andare noi? L’aria fresca ci accarezza, l’ombra della tettoia ci protegge dal sole che già a quest’ora brucia la pelle.

Intanto i nostri compagni di viaggio fanno le cose più disparate: la maggior parte mangia, c’è poi chi chiacchiera, chi dorme, chi scrive al computer, chi bada ai figli che si dimenano impazienti. È una signora seduta di fronte a noi che attrae in particolare la nostra attenzione: parla da sola, canta, con le mani finge di suonare una chitarra immaginaria, fa mille domande a tutti e offre patatine (e come gli altri getta le cartacce nel fiume).

Noi la guardiamo affascinati. Forse il nostro guardare si trasforma senza accorgercene in un fissare, perché dopo un po’ la signora (che d’ora in poi chiameremo la Pazzerella) ci sorride e ci porge un uovo come per chiedere: “Volete?” La ringraziamo ma no, non ci va di mangiare un uovo crudo alle otto di mattina.

Il tempo passa, avvistiamo una piattaforma petrolifera in lontananza e una ciminiera, prova dello sfruttamento umano di una zona così incontaminata come l’Amazzonia. Ma non ci avviciniamo abbastanza da sentirne il calore, e la navigazione continua, il rio Napo sempre uguale a se stesso, le acque placide, a volte qualche villaggio lungo l’argine o una casa isolata, altrimenti solo una macchia di alberi verdi e liane.

IL PRANZO

Ci fermiamo a mangiare a Pañacocha, un paesino di poche case con due bar che preparano il pranzo. Prendiamo il solito piatto con riso, chifles (banane fritte), lenticchie e pollo. Solo una ventina di minuti, poi ripartiamo. E per fortuna: il caldo a quest’ora è soffocante anche all’ombra, l’unico sollievo è il vento della canoa. Dalla barca, avvistiamo due donne che lavano i panni nel fiume, sono lontane ma si intravede il bianco della schiuma. E poco dopo, un gruppo di persone che fa il bagno.

I nostri occhi restano fissi sulla distesa di vegetazione, piante che sono qui da centinaia di anni e che hanno visto lo scorrere della storia, parallela allo scorrere del fiume: i primi indigeni nativi, i conquistadores che solcavano queste acque per esplorare l’interno del continente, e poi le guerre di conquista, il susseguirsi degli imperi, e finalmente l’indipendenza. Ma l’Amazzonia ha vissuto questi cambiamenti solo da lontano, come un’eco sbiadita di un mondo che non riesce a tangerla nel profondo. Il fiume continua a scorrere nonostante tutto, la sua potenza è rimasta immutata.

L’intervento umano ha cambiato il volto di tanti luoghi, ma non questo. La foresta amazzonica resta tuttora scomoda, inospitale, inadatta all’uomo. Tutto qui ti dice: non è luogo per te, vai via. Fa un caldo insopportabile, l’umidità è altissima, quando piove sembra di essere sotto una doccia, le zanzare portano malattie, gli insetti pizzicano ovunque, mancano le vie di comunicazione e ci si sposta solo in canoa. Nonostante questa natura ostile, comunque alcune popolazioni indigene hanno da sempre abitato queste zone, attirate dalla ricchezza della terra, dai frutti, dagli animali.

IL POMERIGGIO

Dalla barca gli unici indigeni che vediamo non sono quelli che stanno nascosti nella foresta, dietro questo enorme sipario di foglie e rami, bensì coloro che condividono con noi questo lunghissimo viaggio. La vita interna alla canoa è antropologicamente sconvolgente. La signora Pazzerella non smette di deliziarci: a pranzo si era fermata un po’ troppo e la canoa stava ripartendo senza di lei, quando a un certo punto si sente un fischio. Era lei, piantata sul molo, che urlava al conducente di tornare indietro a prenderla. Parte una risata sorda tra i passeggeri, che si scambiano sguardi di intesa. Ci riavviciniamo alla riva e la raccattiamo. La Pazzerella aveva approfittato della sosta per comprare un po’ di provviste: sembra che per passarsi il tempo mantenere le mandibole occupate sia l’unica possibilità. Dopo aver aperto l’ennesimo pacco di biscotti, inizia a offrirli a tutti sulla barca. Non possiamo che amarla.

img_3358Degna di nota anche una famiglia indigena composta da mamma, papà e tre figli, due femmine più grandine e un maschietto di circa un anno. Le due bambine sono tutte sporche, spettinate, e si comportano come cuccioli di animale: si rotolano per terra, aprono un mandarino e quando uno spicchio cade lo rimettono in bocca, bevono il latte d’avena dal cartone sbrodolandosi, mangiano la carne con le mani di fianco al loro cagnolino, che a volte prende parte al banchetto.

La vera vittima di queste due piccole bestie è proprio lui, il cagnolino, che viene continuamente preso in braccio, costretto a camminare su due zampe, obbligato a stare a pancia in su e ad assumere altre posizioni innaturali. I genitori, intanto, fanno da spettatori: la mamma pensa solo a badare il piccolo mentre il papà se ne frega completamente e parla con un amico. Le bimbe continuano a rotolarsi a terra, sul riso caduto sul pavimento, con il loro cagnolino strattonato come un peluche, e nessuno dice nulla.

A un certo punto si sente un gran botto, il motore si spegne. La canoa ha sbattuto contro un ramo. La signora Pazzerella urla contro al ragazzo che guida la canoa: “Anziché guardare gli uccellini, guarda il pelo dell’acqua!” Proviamo a far ripartire il motore. Niente. Chissà che non ci serviranno davvero i salvagenti. Dopo una serie di tentativi, per fortuna, si sente un rombo: il motore è ripartito. Il rumore è un po’ strano, questo è vero, ma almeno ci muoviamo. Anche per stavolta l’abbiamo scampata.

Nell’ultimo tratto di strada avviene l’inevitabile e la signora Pazzerella inizia a chiacchierare anche con noi, gli unici che finora aveva risparmiato. Ci racconta che ha 9 figli e quasi 60 anni. Abita a Nuevo Rocafuerte, la nostra destinazione. Arriviamo a un livello tale di confidenza che ci chiede di scattarle alcune foto con altri due signori suoi amici. Quando gli mostro il risultato sul piccolo schermo della mia macchina fotografica, tutti e tre scoppiano a ridere con la loro “sdentatura” bella in mostra.

Alle 17.30, dopo dieci lunghissime ore, arriviamo a destinazione. La signora Pazzerella ci saluta, noi ricambiamo con un leggero senso di sollievo. Nuevo Rocafuerte è un paesino di 800 anime composto da un pugno di case, tre negozietti, un paio di ostelli, un campo comunale per giocare a pallavolo e niente di più. Non tutte le strade hanno la pavimentazione, molte sono sterrate. Ma non fa niente, perché tanto qui la macchina non si usa, tuttalpiù la moto, altrimenti la classica canoa.

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