Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini e Alessandro Piro

Un racconto di viaggio a quattro mani, diviso in due puntate, ANDATA e RITORNO. Qui di seguito il secondo capitolo, per leggere il primo clicca qui.

 

“Santa Lucia, il volino dei poveri è una barca sfondata.

E un ragazzino al secondo piano che canta,

ride e stona perché vada lontano”

 

22 dicembre 2016 – Oggi, almeno in Italia, è Santa Lucia. A Palermo non staranno mangiando farinacei, e immagino le sfornate di arancine dai mille gusti. A Castelbuono, 91 chilometri più a est, nella chiesa di Santa Lucia di campagna, la banda avrà suonato di buon mattino e avranno distribuito la cuccia (piatto a base di grano intero bollito e latte) ai paesani.

In Ecuador invece è un giorno di dicembre come tanti altri. Oggi navighiamo il rio Napo contro corrente, da Nuevo Rocafuerte (ai confini con il Perù) fino a Coca, tagliando l’Amazzonia dove si separano i pachi naturali Yasuni e Cuyabeno. Navighiamo il fiume con una canoa, il solo mezzo di trasporto che collega le piccole comunità indigene in lunghi e lenti viaggi.

Le imbarcazioni, strette e allungate, contengono fino a 60 persone e c’è ampio spazio per i bagagli, così si trasportano tutti i tipi di merci: valigie, casse, borsoni, sacchi di patate, di cipolle, una scatola con del pesce e una cesta con dentro una gallina e dei pulcini. Ecco, questi ultimi pigolano di continuo, da quando il viaggio è iniziato, per 11 ore è un sottofondo a cui tutti ormai abbiamo fatto l’abitudine.

Santa Lucia, come riportato all’inizio di questo racconto, è anche una meravigliosa canzone di Francesco De Gregori, che parla di povertà e semplicità. Di povertà su questa barca ce n’è molta, perché la gente che vive da queste parti è decisamente povera.

La canoa rispetto all’andata è più vuota. Questa volta ci si può permettere il lusso di distendersi sugli stretti sedili ed illudersi di potere chiudere gli occhi e riaprirli che si è più vicini a destinazione. Ma questo viaggio sembra non finire mai. I viaggiatori hanno la pelle scura e i classici tratti indigeni, i piedi piccoli e tozzi con le dita ben aperte a denotare l’abitudine indigena a camminare scalzi, che le donne più anziane mantengono ancora adesso: anche su questa canoa salgono con i piedi nudi infangati, perché passati sopra una lingua di terra dove l’imbarcazione attracca per pochi secondi prima di ripartire.

Questi spazi di carico e scarico interrompono per un attimo la fitta vegetazione, alta, verde e rigogliosa, tipica della foresta pluviale. Osservandola, almeno per chi come noi è alla prima esperienza, si uccide la noia. È una distesa senza fine di flora che nasconde centinaia di chilometri di parco protetto, con una biosfera unica, che al suo interno racchiude anche villaggi di comunità indigene. Alcune di loro hanno da sempre rifiutato la “civilizzazione” e non hanno ancora oggi nessun tipo di contatto col mondo esterno. Vivono nella cosiddetta “zona intangibile”, chi prova ad entrarvi ha buone probabilità di essere ucciso con un dardo avvelenato sparato da un lunga cerbottana di legno spesso o con una lancia affilata.

Questa canoa è il solo mezzo a disposizione dei locali per muoversi, i turisti di solito viaggiano su scafi più piccoli, comodi e veloci, che li portano da Coca fino al lodge che hanno prenotato e pagato centinaia di dollari. Loro verosimilmente la gente del posto non la incontreranno mai.

2016-12-11-in-canoa_02Nella nostra canoa oggi si rispetterà la tradizione palermitana dell’astensione dalle graminacee, noi compresi. Ma qui è facile, dato che i piatti sono sempre tutti a base di carne, pollo o pesce, accompagnati da riso, patate, cipolle o mais. Sempre. C’è chi, per guadagnare qualcosa, ha cucinato della yuca e del pesce al cartoccio, avvolto in foglie di mais, e lo vende sulla barca. Il piccolo commercio, diffusissimo da queste parti, è uno delle occupazioni più comuni per chi cerca di sopravvivere e sconfiggere la povertà e l’emigrazione, che svuota questi piccoli villaggi amazzonici.

Chi non è riuscito a sbarcare il lunario è partito per la capitale o per le altre grandi città del Paese, altri hanno preso un volo che li ha portati negli Stati Uniti o in Europa, viaggiando su voli della speranza che durano un numero di ore uguale a quelle che questa canoa impiega. Loro sono abituati a viaggi così lunghi e non avranno sofferto molto. A differenza dei voli intercontinentali, qui non c’è nessun computer di bordo o collezione di film o di musica, c’è solo il suono delle onde, di qualche bimbo che piange o gioca e il pianto continuo di quei dannati pulcini.

Noi invece soffriamo la noia di questo lungo viaggio, nonostante questa natura incredibile e i capricci del motore, che rende l’arrivo più insicuro e regala quel pizzico di avventura in più. Ma alla fine borbotta e dopo l’ennesimo tentativo riparte. Finalmente arriveremo e al porto di Coca ci accoglierà la statua di Francesco de Orellana, di cui la città porta il nome (Coca è il nome informale), colui che partendo da qui “scoprì” l’Amazzonia, attraversando via fiume il continente fino a raggiungere l’Atlantico. L’ha fatto spada alla mano, e con centinaia di conquistadores al seguito, spargendo sangue e terrore tra la comunità native, meritandosi l’onore di essere ricordato sui libri di storia per aver portato quella che da queste parti chiamano civiltà.

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