Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini

18 gennaio 2017 – Viaggiare in Colombia fino a qualche anno fa sembrava una pazzia: la guerriglia rendeva le strade insicure, i paramilitari perpetravano le loro violenze e l’esercito era allerta nelle zone più turistiche per proteggere gli stranieri. Non era impossibile visitare il Paese, ma i rischi erano alti: poteva capitare di essere rapinati, fermati per strada dalle bande criminali e svaligiati, o addirittura venire sequestrati e rilasciati solo in cambio di un riscatto. Insomma, c’era un conflitto armato intestino e le conseguenze si vedevano tutte.

Ancora oggi, quando agli amici e ai parenti si dice che la prossima meta di viaggio sarà la Colombia, quello che si riceve in cambio sono occhi sgranati, sguardi preoccupati, molte domande e troppe raccomandazioni: “informatevi bene su quali sono le zone meno pericolose”, “non andate in giro di sera”, “non date confidenza a nessuno”, “se vi rapinano lasciategli tutti i soldi”.

Eppure, il processo di pace tra il governo colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), il principale gruppo guerrigliero del Paese, è oggi a buon punto. Sui giornali di tutto il mondo abbiamo letto titoli a caratteri cubitali che festeggiano la fine di un conflitto durato 52 anni. Il presidente Santos ha addirittura vinto il Nobel per la Pace per aver – almeno formalmente – scritto la parola fine a questa guerra terribile, che ha lasciato dietro di sé circa 8 milioni di vittime. E anche il 2 di ottobre, quando abbiamo appreso atterriti la notizia della vittoria del NO al referendum sulla pace, subito siamo stati rassicurati: “Ha vinto il NO ma gli accordi proseguiranno, la tregua verrà estesa, non si riprenderanno in mano le armi”. I sorrisi patinati di Santos e Timoshenko che si stringono la mano in posa per i fotografi ci rassicuravano dalle prime pagine dei quotidiani.

E così il 15 dicembre siamo entrati in questa ormai leggendaria Colombia, tristemente famosa per essere la terra dei narcos e della cocaina, ma anche per essere la patria della salsa e per offrire stupende spiagge bianche stile “palme, noci di cocco e acqua cristallina”. Le storie su questa terra si incrociavano nella mia mente e formavano un’immagine di quella che per me era la Colombia, uno stereotipo che – com’era ovvio – sarebbe poi stato smontato.

Per prima cosa in Colombia non è ancora stata raggiunta la pace, come invece raccontano i giornali. E soprattutto, non è stata raggiunta il giorno in cui Santos e Timoshenko hanno firmato il pezzo di carta che tutti attendevano come l’accordo definitivo. Il conflitto armato ha perso di intensità nei giorni, negli anni, fin dai primi 2000, quando l’allora presidente Uribe ha attuato la strategia del pugno duro contro i guerriglieri e ne ha ridotto sensibilmente il numero, senza però riuscire a sconfiggerli definitivamente. Successivamente, con i negoziati tra il nuovo governo e le Farc, è stato fatto un ulteriore passo, ma ancora la strada da percorrere è lunga. Non c’è ancora pace nei cuori dei tanti che hanno subito violenze e pretendono giustizia, non c’è pace nelle bocche dei fucili dei guerriglieri che non accettano il disarmo, e non c’è pace nemmeno nella politica, che si divide tra chi si schiera a favore o contro l’accordo.

Questo non significa però che il Paese sia pericoloso. Viaggiare in Colombia oggi non comporta grossi rischi, tranne quello degli scippi, che c’è un po’ in tutto il mondo. Notte e giorno ci si può spostare con i bus locali senza problemi, solo un paio di tratte sono sconsigliabili da percorrere con il buio. Ho conosciuto diverse donne che viaggiano sole, e anche in questo caso non è successo nulla.

Eppure le ferite del conflitto ci sono ancora, e anzi sono ben evidenti e bruciano forte. Quando si va in giro per le strade capita di incontrare posti di blocco dei militari, che col mitra alla mano ti chiedono di mostrare il contenuto dello zaino. Parlando con la gente, si assiste spesso a discussioni sul processo di pace e sul referendum del 2 ottobre. Ognuno ha la sua opinione, c’è chi dice che l’accordo che è stato bocciato sarebbe stato perfetto, chi pensa invece che le Farc debbano pagare di più per i crimini commessi, chi ce l’ha con Santos per aver strumentalizzato la questione per guadagnare popolarità e vincere il Nobel… Due sono le cose che uniscono tutti: la pace come obiettivo supremo e l’insoddisfazione per come sta venendo raggiunta.

Soprattutto, si capisce che il conflitto è qualcosa di recente e di vivo quando ci si guarda intorno e si vedono moltissime persone che dormono per strada, in particolare nelle grandi città. Quando si cammina e si viene continuamente fermati da venditori ambulanti, mendicanti, a volte anche bambini che tendono la mano e chiedono un soldino. Quando si nota che la presenza di mutilati e invalidi è decisamente sopra la media. Sono queste le cicatrici più profonde lasciate dalla guerra. Molte persone hanno perso tutto, il lavoro, la casa, familiari e amici. E così, per sopravvivere, sono state costrette ad andarsene, finendo per vivere in una baraccopoli di periferia e inventandosi un “mestiere”: c’è chi raccoglie la plastica dalla spazzatura e la porta nei centri di riciclaggio, chi compra mandarini al mercato e li rivende sugli autobus, chi lucida le scarpe nelle vie più eleganti. In Colombia oggi ci sono più di 6 milioni di sfollati, e il governo non si sta occupando di loro, troppo impegnato a negoziare l’accordo di pace nelle stanze chiuse dei palazzi di rappresentanza.

Eppure, il popolo colombiano continua a sorprendermi per la sua allegria. Nonostante tutto quello che è successo, le persone sono gentili, aperte, disponibili, sorridenti. La gente si gode la vita, suona, canta, balla per le strade, fa festa fino a tardi. “Questo non è cambiato con il tempo, noi colombiani siamo sempre stati così e resteremo così”. In una serata di salsa, capita sempre che qualcuno ti offra un po’ di trago (così si chiamano le bibite alcoliche), ma tu devi essere pronto ed avere il tuo bicchiere in cui fartelo versare, e così molti girano con un bicchierino appeso al collo, non si sa mai. I colombiani sono molto generosi e una delle loro abitudini è quella della ñapa, un concetto difficilmente traducibile in italiano. Si tratta di una quantità in più in regalo rispetto a quella richiesta, ad esempio se vado dal panettiere e compro 10 panini, lui me ne dà 1 in più gratis come ñapa.

Nonostante questo, comunque, bisogna sempre tenere gli occhi bene aperti. Quello che si deve tenere a mente – in Colombia come in generale in tutti i Paesi dell’America Latina – è il consiglio che i locali ti ripetono in continuazione: “No dar papaya”. Anche questa espressione è praticamente intraducibile perché strettamente legata al tipo di società che l’ha partorita. Dar papaya significa stuzzicare il palato dei ladri, dei rapinatori, dei malintenzionati, per esempio esibendo tranquillamente gioielli costosi, sventolando un’ingombrante macchina fotografica, ritirando allo sportello del bancomat e contando i soldi per la strada, parlando al cellulare in un quartiere poco raccomandabile… Tutto ciò potrebbe attirare l’attenzione di chi sta cercando proprio l’occasione giusta, che a quel punto sceglierebbe te come preda.

Voi europei siete ingenui – mi dicono –, non vi immaginate neanche i rischi che correte quando uscite per strada, date confidenza a tutti, non siete abituati a pensare male. Ma qui, soprattutto nelle grandi città, se parli al cellulare in macchina si accostano con la moto e ti puntano un’arma per farselo dare. Nei locali, la sera, capita che ti droghino il cocktail per derubarti. Nei bus tagliano gli zaini per prendersi le cose di valore”. Il motto di tutti è quindi “no dar papaya”: meglio stare un po’ più allerta, metterci un pizzico di attenzione in più, piuttosto che rimanerci fregati.

Insomma, la Colombia è un Paese di contraddizioni, una terra in cui coesistono guerra e pace, allegria e tragedia, sicurezza e criminalità, generosità e furbizia. Il significato di quello che ti succede intorno spesso ti sfugge e ci sarebbero tante spiegazioni da chiedere, ma a volte è bello restare così, ad osservare il brulicare quotidiano della gente, mentre in sottofondo suona la salsa.

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