Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

17 febbraio 2017 – In uno dei nostri weekend a Medellin abbiamo deciso di visitare uno dei 16 quartieri in cui è suddivisa la città, probabilmente il più noto: la Comuna 13. Prendiamo la metro fino all’ultima fermata, quella più a ovest, e arriviamo nel cuore del quartiere. Scendendo provo a immaginare quelle strade nei giorni di 15 anni fa, quando era in corso una vera e propria guerra civile.

Infatti, nell’ottobre del 2002 ci fu un assedio di 4 giorni in cui alcune migliaia di membri di polizia ed esercito si posero come obiettivo la cattura di tutti i guerriglieri (dei gruppi FARC e ELN) che occupavano e comandavano il quartiere. L’intervento armato aveva il nome di “Operazione Orión” e fu ordinata dall’allora neo eletto presidente Alvaro Uribe. L’assedio finì solo quando i cittadini, estenuati dalle atrocità e dall’isolamento totale, uscirono in strada sventolando fazzoletti bianchi.

L’operazione si rivelò una strage, gli agenti sparavano senza la preoccupazione di colpire innocenti, entravano nelle case, catturavano e portavano via persone senza alcuna prova o motivo, due elicotteri che seguivano l’operazione dall’alto mitragliavano all’impazzata.

Alla fine si contarono centinaia di feriti tra i civili, una settantina di morti, la maggior parte civili non appartenenti ad alcun gruppo guerrigliero, e diverse centinaia di persone scomparse. Il numero esatto non si conosce perché gli assalitori ripulirono le strade dai cadaveri, riversandoli tutti in una discarica di materiale edilizio poco lontana, la Escombrera. Le forze armate erano murales-comuna-13accompagnate da paramilitari incappucciati, complici della strage.

Subito dopo l’assedio, guarda caso, il quartiere finì nelle mani delle milizie paramilitari (di ultra destra) che già avevano il controllo del resto della città e che avevano assoldato, tra gli altri, anche ex membri del cartello di Escobar. Di fatto un gruppo illegale armato rimpiazzava l’altro. Fu l’operazione definitiva che decise il cambio di potere del quartiere, fino a quel momento l’unico in mano alle forze comuniste guerrigliere. Prima ve ne furono una decina, ma mai così efficaci. L’ultima era avvenuta a maggio dello stesso anno: si chiamava “operazione Mariscal” e anch’essa aveva provocato morti e feriti fra i civili.

Quando arriviamo al quartiere in realtà non si ha l’impressione che tutto questo possa essere successo lì, se non fosse per i murales che riportano alla memoria quei fatti. Oggi Comuna 13 ospita un centinaio di migliaia di abitanti ed è un posto bellissimo da visitare, molto colorato e relativamente sicuro. L’acqua e la luce sono arrivate da pochi anni e continua a rimanere un quartiere estremamente povero. Gli omicidi e gli episodi di violenza ci sono ancora, ma sporadici, i numeri non sono nemmeno paragonabili a quelli di 20 anni fa. 

Nel 2005 i paramilitari hanno lasciato il quartiere a seguito di un comuna-13accordo con il governo di destra di Alvaro Uribe, lo stesso che ha guidato la campagna per il NO all’ultimo referendum per la pace con le FARC. In questo accordo era garantita ai paramilitari un’impunità quasi totale. Don Berna, il leader del gruppo paramilitare che comandava nella Comuna 13, protagonista dell’operazione Orion, è stato estradato negli USA nel 2008. Lì ha confessato i retroscena all’operazione,
spiegando che i paramilitari avevano un patto segreto con il governo e avevano partecipato attivamente al massacro a fianco dell’esercito statale.

Abbiamo tempo per fare un piacevole giro sulla cabinovia che collega il centro del quartiere alle colline attorno. La teleferica è stata costruita nel 1996 dal comune per evitare l’isolamento di chi vive in quelle zone, contribuendo a migliorarne la vivibilità. In molti casi si tratta di famiglie che prima vivevano nei campi e poi, costretti a fuggire dal conflitto armato, si sono impossessate di un pezzo di terra e hanno costruito abusivamente la loro casetta rossa con mattoni a vista. E’ così che sono nati questi quartieri.

Dall’alto vediamo le loro case, i loro tetti in lamiera, addirittura si intravedono attraverso le finestre scorci di intimità, di vita quotidiana. Sono abitazioni molto umili, quasi baraccopoli, e stride la presenza di un mezzo di trasporto tanto nuovo e moderno che passa in mezzo a questo micro mondo popolare.

Il nostro giro continua sulla scala mobile, costruita nel 2011, che si inerpica su una collinetta del quartiere, dalla parte opposta rispetto alla cabinovia. I muri sono dipinti con murales e le case hanno le facciate colorate. Riscendendo arriviamo alla grande
biblioteca
della Comuna 13, costruita nel 2006 all’interno del programma del sindaco Sergio Fajardo, che ha puntato sulla cultura e sulla bellezza investendo in biblioteche, centri culturali e parchi pubblici nei quartieri malfamati e poveri.

La biblioteca è una struttura grigia, imponente, a dire il vero abbastanza lugubre. Entriamo e scopriamo invece uno spazio vivo e molto frequentato dagli abitanti della Comuna 13, di tutte le età. Le attività e gli spazi sono organizzati in modo
impeccabile, ci sono sale lettura, sale multimediali, archivi, spazi di utilizzo pubblico, auditorium, sale giochi e lettura per i bimbi e una grande collezione di libri.

“Cerchiamo di organizzare laboratori e workshop di ogni sorta, per tenere i ragazzini impegnati con qualcosa di costruttivo ed evitare biblioteca-comuna-13che prendano cattive strade – ci dice Edwin, 39 anni, impiegato comunale addetto alla biblioteca -. Credo che solo con la cultura si possa sconfiggere il male che affligge la nostra terra e so che ci sono tante potenzialità inespresse, perché i buoni sono molti di più dei cattivi e possiamo dimostrarlo al mondo”.

Edwin sembrava ci aspettasse da sempre seduto dietro la sua scrivania attorniato dagli scaffali, non appena ci vede si presenta e ci propone una visita di tutte le sale, raccontandoci la storia della biblioteca. “Per me è una passione grandissima, ci tengo a raccontare a chi viene da fuori quello che avviene qui, perché so quanto sia importante sconfiggere il pregiudizio e far passare un messaggio diverso sul nostro paese. Io mi ritengo un sopravvissuto, la maggioranza dei miei compagni di scuola è stato uccisa, in alcuni casi perché coinvolti nelle bande criminali, in altri casi da innocenti. La mia generazione quasi non esiste più, proprio per questo voglio restare qui e fare la mia parte: voglio che mia figlia possa vivere in una città migliore rispetto a quella in cui ho vissuto io”.

È quasi buio quando riprendiamo la metro per tornare nelle zone “per bene” della città. Ci lasciamo alle spalle la gente rumorosa che chiacchiera per le strade, le case costruite una sopra l’altra coi tetti in lamiera e i mattoni grezzi. Andiamo verso Laureles, uno dei quartieri più ricchi, dove ci sono gli hotel, i ristoranti e le discoteche, le piste ciclabili e i giardini curati, dove si deve fare bella figura perché i turisti devono pensare che la città sia pulita e organizzata e devono trovare le stesse cose che troverebbero se andassero in vacanza ad Amsterdam o a New York.

Speriamo almeno che quegli stessi turisti, se non alla Comuna 13, quantomeno avranno il tempo di visitare il Museo della Memoria che, oltre ad essere gratuito, è davvero ben fatto e dà un’idea completa di quello che doveva essere la città negli anni ‘80 e ‘90 grazie a una collezione di videotestimonianze, foto e documenti storici. Quello almeno si trova in centro.

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