Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini

2 marzo 2017 – C’è un po’ di emozione a mettere piede per la prima volta a Medellin. Una città che sa di leggenda, famosa negli anni ’80 e ’90 per essere la più pericolosa del mondo, roccaforte di Pablo Escobar e dei narcos suoi sottoposti. Ma oggi molto è cambiato e Medellin è una metropoli dinamica, che sta facendo di tutto per voltare pagina e buttarsi il passato alle spalle.

Con quasi 3 milioni di abitanti, è la seconda città più grande della Colombia dopo Bogotà. Incastonata tra i monti in una valle a 1.500 metri di altitudine, ha una forma allungata e si estende da nord a sud, lungo le rive del rio Medellin. Appena arrivati, la prima cosa che salta all’occhio è il tipico colore rosso dei tetti e delle case costruite con mattoni a vista.

Medellin ha tutto l’aspetto di una metropoli moderna, con Wi Fi gratuito nelle piazze, ristorantini etnici e bar con musica dal vivo. Eppure alcuni dettagli ne rivelano ancora l’anima popolare: la maggior parte della gente non parla inglese (ma sono tutti disponibilissimi a dare informazioni anche a gesti o, perché no, portando personalmente il turista di turno direttamente a destinazione), davanti ai negozi spesso si trovano venditori che col microfono e l’amplificatore invitano i clienti a entrare e approfittare delle offerte, e nei parchi ci sono montagne russe per bambini che si avviano manualmente, con un ragazzino che fa il duro lavoro di girare una pesante ruota per farle muovere.

Gli abitanti di Medellin qui si chiamano paisas. Non c’è tipologia più caratterizzata e caricaturale: considerati una razza di ferro, sono noti in tutta la Colombia per essere dei gran lavoratori e dei commercianti nati, con fortissimo spirito imprenditoriale. Il detto è: in ogni città del mondo trovi un paisa, che sicuramente avrà aperto un negozio o un ristorante di cucina colombiana. Tipico dei paisas è anche l’orgoglio, che a volte si può trasformare in atteggiamento di superiorità: “Non solo ci sentiamo diversi, addirittura a volte ci sentiamo migliori”, mi spiega un signore in un bar.

Camminando per le vie in mezzo alle statue grassocce di Botero, l’artista paisa più famoso al mondo, è difficile immaginare che, fino a qualche decina di anni fa, Medellin deteneva il record di omicidi a livello mondiale. “L’anno peggiore è stato il 1992, in cui si sono registrati 6800 omicidi, una media di quasi 20 al giorno, ossia 380 ogni 100mila abitanti – racconta Max Yuri Gil, sociologo e professore all’Università di Antiochia –. Adesso il tasso è di 20 ogni 100mila abitanti: si tratta di un numero ancora alto, ma sicuramente molto è cambiato rispetto a un tempo”. Il livello di violenza in città è stato al di sopra della media nazionale per più di 30 anni, dai primi anni ’80 fino a pochissimi anni fa. “Al mondo, è difficile trovare una città con un numero così alto di omicidi che si sia mantenuto per un periodo di tempo così esteso”, commenta il professor Gil.

Medellin vanta quindi questo triste record, dovuto all’incrociarsi di due fattori fondamentali: il narcotraffico e il conflitto armato. “Ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile aver raggiunto un numero così alto di omicidi nel 1992 – continua il professor Gil –. Le cause sono diverse: innanzitutto la violenza dei narcos di Pablo Escobar; poi la repressione politica di polizia, esercito e gruppi affiliati, che uccidevano non solo i guerriglieri, ma anche chi era sospettato di esserlo; e infine la reazione delle Milizie Popolari, che nascono in quegli anni nei quartieri poveri per difendere i cittadini dagli attacchi delle bande criminali e dei narcos”. Come ha fatto la città a sopravvivere a tutto questo? “Credo che molto sia stato dovuto al tessuto sociale di cittadini volenterosi, al lavoro delle associazioni, delle ong e ai tanti gruppi giovanili nati in quegli anni”.

Il 1993 è un anno di svolta: muore Pablo Escobar. La sua eredità passa allora a un nuovo capo, Diego Murillo, leader del cartello Oficina de Envigado. Inizia così una nuova epoca di egemonia e di relativa tranquillità, che però dura solo fino al 1998, anno in cui comincia quella che viene definita la “Gran battaglia per Medellin”. “La Gran battaglia dura ben 5 anni – spiega il professor Gil – e vede lo scontro tra lo stato, appoggiato segretamente dalle milizie paramilitari, e i guerriglieri delle FARC e dell’ELN, che avevano preso il controllo di alcune zone della città. Nel 2003 la battaglia si conclude con l’annientamento delle forze della guerriglia e con un nuovo picco di omicidi, 3000 in un solo anno”. Da lì in poi la violenza registra un progressivo calo fino ai giorni nostri. “Attenzione però, questa tranquillità non significa che tutto vada bene. In questi casi la pace è quasi sempre sinonimo di egemonia: una delle due parti ha vinto e non ha più bisogno di combattere”.

Oggi, quindi, la città nasconde il suo lato oscuro per mostrare tutta un’altra faccia. L’emblema della nuova Medellin, quella della rinascita e del cambiamento, è la metropolitana: comoda ed economica – un viaggio costa solo 2.000 pesos, circa 70 centesimi di euro – taglia tutta la città e viaggia su binari sopraelevati, da cui si vede uno skyline di grattacieli e palazzi moderni, che contrastano con le casette costruite in lamiera e materiali di recupero sulle pendici delle montagne. È lì che si trovano i quartieri più popolari, collegati al centro attraverso alcune teleferiche costruite negli ultimi anni.

“Nei primi anni 2000, queste grosse innovazioni al sistema dei trasporti hanno interrotto l’isolamento delle zone più povere dove prosperava il crimine – racconta il professor Gil –. Oltre a questo, il rafforzamento del sistema delle biblioteche e la costruzione di nuove scuole pubbliche ha contribuito a combattere la violenza attraverso la cultura, offrendo un’alternativa ai giovani dei quartieri popolari”.

Comunque, ancora oggi chi fa parte del ceto medio-alto non osa avventurarsi nelle periferie, e i turisti preferiscono alloggiare nei quartieri eleganti come Laureles o El Poblado. Queste sono anche le zone di raduno dei giovani, che amano trascorrere le serate in punti di ritrovo per noi europei alquanto insoliti: larghi marciapiedi a fianco di strade ad alto scorrimento, piazzali di cemento in mezzo a grattacieli residenziali o isole verdi tra i palazzi.

Nel fine settimana il ritmo della città rallenta ed è gradevole passeggiare per i mercatini di prodotti biologici, fare un giro in bicicletta in una delle tante arterie che vengono chiuse al traffico la domenica mattina, oppure visitare un museo di sera, durante l’apertura notturna. Tante sono anche le rassegne cinematografiche, conferenze culturali, concerti. Medellin è viva più che mai, nonostante abbiano provato ad ammazzarla tante volte, e non perde occasione di dimostrarlo. Nel 2013 vince anche il premio del Wall Street Journal come “Città innovativa dell’anno”.

Comunque non tutti i problemi sono risolti. Di sera non è consigliabile passeggiare per le strade, meglio muoversi in taxi. La vendita di droga è molto comune ed è frequente vedere ragazzi che fumano marijuana o tirano cocaina in luoghi pubblici. Alcuni di loro per colpa della droga diventano habitantes de la calle, ossia persone senza casa che vivono per strada. Anche il narcotraffico è cambiato ma non è sparito.

I narcotrafficanti oggi hanno una struttura meno gerarchica e verticale rispetto al passato – spiega Max Yuri Gil –. È una rete con vari nodi, alcuni più pesanti, altri meno. Ognuno ha la sua porzione di territorio da controllare e si stima che l’80-85% delle attività debbano pagare una specie di tassa al gruppo criminale di turno”. Una specie di tassa che, a noi italiani, ricorda tanto il pizzo: chi paga viene “protetto”, per così dire, mentre chi non paga subisce intimidazioni, danni al negozio o addirittura viene attaccato fisicamente. “Le bande criminali hanno capito che usare la violenza in maniera troppo palese è diventato controproducente e la nuova regola è: sì alle estorsioni, sì alla vendita di droga, sì al riciclaggio di denaro, ma no agli omicidi”.

E così nel 2014, quando i due principali cartelli oggi attivi (ossia Oficina de Envigado e Urabeños) erano sul punto di iniziare una nuova guerra per il controllo della città, capendo che nessuno dei due aveva la forza sufficiente per annientare l’altro, hanno preferito stipulare un accordo segreto, chiamato il Patto del Fucile. “Con questo patto si sono spartiti letteralmente la città, dividendosi i guadagni del traffico di droga e dell’estorsione”, commenta il professor Gil.

Oltre a questo, con il tempo i cartelli si stanno inserendo sempre più nell’economia legale, con l’appoggio e la connivenza della politica, che nel frattempo continua a sostenere che il narcotraffico è stato sconfitto e ora non esiste più. “Il riciclaggio del denaro si svolge in settori come i servizi, l’edilizia e l’allevamento, in particolare di mucche e di maiali. L’economia legale si sta pian piano mettendo al servizio di quella illegale. Si pensi che per ogni dollaro prodotto dal narcotraffico, 90 centesimi si riciclano negli USA, 5 centesimi in Messico, 2 o 3 centesimi in Colombia e il resto in altri paesi”.

Cosa si potrebbe fare per combattere il fenomeno? “Così come la mafia in Italia o il narcotraffico in Messico, gli studi ci dicono che la violenza non si può eliminare del tutto – afferma Max Yuri Gil –. L’unica cosa possibile è ‘addomesticarla’ affinché rimanga sempre sotto controllo. Oltre a questo, sarebbe importante creare un contesto socio-economico sfavorevole per il narcotraffico. Quando per questi signori non sarà più conveniente fare affari a Medellin, a poco a poco se ne andranno e sceglieranno di operare in un altro territorio”. Eppure così il problema si sposta, ma non si cancella. “L’unica via per risolvere veramente il problema sarebbe porre sotto il controllo dello stato questo settore che oggi fa parte dell’economia illegale. Ma ancora serve tempo, un passo alla volta”.

Oltre al narcotraffico, la più grande piaga di Medellin secondo il professor Gil è “l’iniquità economica e sociale, che non significa solo che una piccola parte della popolazione è molto ricca mentre la grande maggioranza vive in condizioni precarie, ma anche che mancano i servizi sanitari di base per tutti, un’educazione gratuita di qualità, abitazioni dignitose e così via. Per non parlare del fatto che la mentalità di molti abitanti resta ancora profondamente razzista, incline ad appoggiare l’autoritarismo e il paramilitarismo. Il sessismo è un altro problema molto sottovalutato, la cosificazione della donna è all’ordine del giorno, le ragazzine per i loro 18 anni chiedono come regalo di rifarsi il seno e il sedere… c’è ancora molta strada da fare”.

Nonostante tutto, vivere a Medellin è stimolante. Se da plaza Botero, la piazza principale della città, si passeggia dieci minuti verso est, si arriva in un parco vicino a un torrente. Tra gli alberi si innalza una struttura grigia scura, massiccia, scalfita solo da piccole finestre che si aprono nei muri spessissimi. Sopra campeggia il cartello “Museo Casa della memoria. Memorie di violenza e resistenza”. All’interno sono raccolti documenti, foto, videotestimonianze e mostre sulla storia violenta della città. Un luogo pesante, fatto per ricordare un passato difficile, ma anche un luogo di speranza, da cui partire per costruire un futuro diverso. Vicino alla porta d’uscita, una poesia anonima riassume lo spirito di questa città:

“Le tracce del danno non scompaiono mai

però la verità

la giustizia

la riparazione

danno la possibilità di vivere il dolore con maggior dignità”.

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