Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

31 marzo 2017 – Il Perù è la capitale sudamericana della gastronomia. Non lo sapevamo prima di partire e l’abbiamo scoperto facendone esperienza, con nostra grande gioia. In realtà i piatti tipici tradizionali non si discostano molto da quanto già visto negli altri Paesi sudamericani che abbiamo visitato. Di fatto sono quasi sempre abbastanza monotoni, con riso, patate, mais e platano. Però in Perù li preparano meglio, con più gusto, con più sapore. Oltre a questi ci sono state diverse influenze culturali che hanno creato una cucina fusion, risultato di mix improbabili come quelli tra la cucina latina con la cucina giapponese, indiana, cinese o italiana.

I peruviani credono che il riso chaufa sia un piatto loro, in realtà si tratta del riso con pollo e verdure, tipico dei ristoranti cinesi, che fu portato a Lima da questi ultimi tanti anni fa. Dal “barrio chino” (il quartiere dove sono nati i primi ristoranti asiatici) si sono poi espansi in tutto il Paese e il gioco è fatto. Sembra che la stessa sorte sia toccata al panettone che, molto diffuso in Perù, viene accreditato erroneamente a pasticcieri locali.

Il piatto più rappresentativo rimane comunque il ceviche, ossia pesce crudo lasciato a marinare con il limone e poi servito con cipolla cruda e peperoncino. Davvero notevole, soprattutto se degustato in riva al mare in una giornata afosa. Per i peruviani non può che essere accompagnato da una Inca Kola, bevanda gasata gialla fosforescente, orgoglio locale, con un gusto dolcissimo e simile al sapore delle big bubble alla fragola. Il commento più benevolo degli stranieri che l’hanno provata è stato: “Questa Inca Kola è imbevibile”.

La cucina peruviana gourmet, che le vale il titolo di cucina migliore del Sud America, è famosa soprattutto grazie all’impegno e alle intuizioni di alcuni chef pluripremiati che, formatisi in Europa, sono tornati in patria e hanno creato la leggenda a partire proprio dal concetto di cucina fusion. I loro ristoranti, però, sono decisamente inaccessibili ai più. L’aspetto positivo è che in tutta la città ci sono offerte culinarie per tutte le tasche e per tutti i gusti. I più temerari possono addentare il cuy (porcellino d’india, allevato già ai tempi degli Inca) o la carne di alpaca (una specie di lama da cui si ricava anche una lana molto calda). Imperdibile anche il chicharron, pezzi di pollo o pesce impanato e fritto.

Anche spendendo poco si possono fare pranzi eccellenti. Ad esempio, negli splendidi mercati onnipresenti con circa 2 euro si mangia un menu completo con zuppa di gallina o di verdure, un piatto forte, di solito a base di pesce o carne con contorno di patate, insalata e legumi e un succo di frutta. Per quanto riguarda la frutta la scelta è talmente ampia e a basso costo che è impossibile resistere dal provare uno tra i tanti frutti esotici in bella vista nei banchi del mercato: guanabana, chirimoya, pitaya, papaya, maracuya, mango… gli strani nomi confondono troppo, meglio degustare e basta.

Uscendo dai mercati o dai ristoranti si passa poi all’esperienza più tragica della vita di Lima: gli spostamenti. Certamente non è facile gestire una città cresciuta in pochi anni raggiungendo i 12 milioni di abitanti a causa dell’arrivo in massa di famiglie dalle campagne, per povertà, disoccupazione o per fuggire dal conflitto armato. Immaginate che il Perù è un paese in forte crescita economica, che tutte queste famiglie vorrebbero avere la propria macchina e che la città è cresciuta senza un piano mobilità adeguato e al passo col boom demografico. Ecco spiegato come mai a Lima c’è un caos esagerato. Spostarsi da uno dei tanti quartieri residenziali verso il centro storico prevede un lungo viaggio di circa 2 ore. E i chilometri non sarebbero neanche tantissimi.

Il traffico è perennemente bloccato, così come lo strombazzare dei clacson. Ecco, lancerei una petizione perché le case automobilistiche di tutto il mondo vendano ai peruviani le auto senza clacson. Sarebbe un regalo bellissimo, un contribuito alla cittadinanza e ai turisti di passaggio. In tutto il Perù si suona il clacson in continuazione. I motivi sono diversi: in prossimità di un incrocio serve per dire: “Io non mi fermo, vedi tu”, sia che ci sia qualcun altro in strada sia anche nei casi in cui l’incrocio sia vuoto. Si usa per dire ai pedoni: “Vuoi morire? Allora attraversa!”, oppure per comunicare che ci si sta spostando da una corsia all’altra. I tassisti lo usano continuamente per avvisare i pedoni che il taxi è vuoto, se mai avessero bisogno di uno strappo. I bus un po’ sempre e per qualsiasi motivo. Non ci si può abituare mai.

Vale la pena quindi lasciarsi tentare dalle proposte culinarie della capitale peruviana, però badate bene a scegliere il ristorante vicino casa o a partire con congruo anticipo.

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