Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alice Facchini

15 aprile 2017 – L’Isla del Sol è silenziosa quando la barca attracca nel piccolo porto di Yumani, scivolando lentamente sulle acque piatte del lago Titicaca, che con i suoi 3.800 metri di altitudine è il più alto del mondo. Sui terrazzamenti verde smeraldo alcuni contadini lavorano la terra. Non si direbbe che, in questa oasi di pace, da circa un mese si sta consumando un conflitto che ha causato moltissimi feriti e, secondo la versione di alcuni abitanti del luogo, anche alcuni morti.

La Isla del Sol è situata nel lato boliviano del Titicaca ed è famosa per essere il luogo d’origine della civiltà Inca, che la considerava sacra perché, secondo i loro calcoli astronomici, era il punto dove nasceva il sole. Sulla sua superficie di 14 km2 vivono oggi un totale di circa 800 famiglie, divise in tre comunità: Challapampa al nord, Challa al centro e Yumani al sud. “Il conflitto è scoppiato tra le comunità del centro e del nord – spiega German, che fa la guida turistica nell’isola –. Si contendono il possesso di alcune terre ma soprattutto di punti di interesse per i turisti, che sono una fondamentale fonte di entrate nell’isola”.

Da circa un mese, quindi, i visitatori possono recarsi solo nella parte sud: chi prova ad avventurarsi verso nord viene fermato in posti di blocco lungo il sentiero che non permettono il passaggio, e anche le barche fanno fatica ad attraccare al porto di Challapampa. “Ci sono stati scontri molto violenti” spiega Maria, che abita a sud, a Yumani, ma sa molto bene quello che sta succedendo a pochi chilometri dalla sua casa. Mentre racconta fila la lana di alpaca seduta su una roccia, muovendo ritmicamente le mani annerite dal colorante per tingere il tessuto. “La gente si tira le pietre o si ferisce con bastoni, zappe o vanghe. Ci sono molti feriti, ma qui non abbiamo ospedali e così bisogna prendere una barca e andare sulla costa per curarsi. Addirittura alcuni vengono portati a La Paz per le operazioni più delicate, ad esempio so di un uomo che è stato ferito in testa e sembra che gli mancassero parti della fronte e del mento”.

Il motivo di tanta violenza? Semplicemente il controllo di alcuni punti di interesse turistico, dove ai visitatori viene chiesto di pagare un biglietto o una tassa alla comunità: “Nella Isla del Sol i turisti visitano soprattutto le rovine archeologiche che si trovano a sud e a nord – continua Maria –. La barca solitamente lasciava le persone a sud e li tornava a prendere nel porto a nord. Gli abitanti del centro non beneficiavano affatto di queste entrate, e così hanno deciso di chiudere la strada e non far passare più nessuno”.

Le autorità di La Paz fino ad ora non hanno voluto occuparsi della contesa, insistendo affinché venga risolta direttamente dai due capi delle comunità coinvolte. “La verità è che sono proprio i capi a volere la guerra, non le comunità – afferma German –. La gente qui vuole vivere in pace”. German ha 30 anni ed è originario di Challapampa, nel nord: “La situazione al nord è dura, viviamo in isolamento. In più si tratta di gente molto pacata che non è abituata a combattere, eppure i capi delle comunità ordinano di prendere in mano le pietre e buttarle contro il nuovo nemico. Molte persone sono rimaste ferite e ci sono stati dei morti, in totale sette per quanto ne so”. Eppure le due comunità in conflitto parlano lo stesso dialetto (l’aymara), hanno la stessa religione, cucinano gli stessi piatti e si vestono nello stesso modo. “L’unica cosa che ci separa in questo momento è l’interesse economico”, scuote la testa German.

Qualche giorno fa la tensione sembrava essere calata dopo l’intervento della Defensoria del Pueblo, che aveva riunito i rappresentanti delle due comunità per ascoltare i loro argomenti e per avviare una tregua in vista della Settimana Santa, per non pregiudicare la grande quantità di turisti attesa durante le feste. Eppure ad oggi la situazione sembra ancora bloccata e ai visitatori viene sconsigliato caldamente di recarsi nella parte nord. “Sembra che, se non si troverà un accordo entro il lunedì santo, lo stato manderà l’esercito a riportare l’ordine – racconta Maria –. Qui non esiste polizia, in questo momento non c’è alcun controllo e ci stiamo massacrando a vicenda. Dobbiamo capire che non siamo animali, siamo persone, il dialogo è meglio del tirarsi pietre”.

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