Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

19 aprile 2017 – La Bolivia è il posto più autentico del sud America. La percentuale di popolazione indigena è la più alta (78%) e la cultura, la lingua, le tradizioni sono le più vicine a quello che era questa parte di mondo prima dell’arrivo dei conquistatori spagnoli. Girando per La Paz, la capitale più alta al mondo con i suoi 3.600 metri, la cosa più bella che si possa fare è vagare per i mille mercati all’aperto. Bisogna inerpicarsi per salite che, a queste altitudini, tolgono letteralmente il fiato e scoprire vie, piazze e interi quartieri dove si vende di tutto. La cosa che salta subito all’occhio sono le venditrici, le cholitas, donne indigene vestite con abiti tradizionali.

La cholita si riconosce subito dalla gonna colorata che arriva sotto il ginocchio, dai tantissimi strati di maglie, giacche e scialli di lana, dall’aguayo, la fascia a strisce colorate con cui trasporta dietro la schiena di tutto (cibo, piante, merce e soprattutto bambini) e, last but not least, la bombetta nera o marrone sulla testa, però non incastrata sul capo, ma appoggiata su, visibilmente più piccola del dovuto. Si tratta di una tradizione nata per colpa di un errore: un paio di secoli fa, alcuni mercanti inglesi ordinarono per sbaglio un lotto di cappelli della nota azienda italiana Borsalino di misura troppo piccola. Così convinsero le donne locali che quelle bombette strettissime gli calzavano a pennello e da allora questo è rimasto il tratto più caratteristico del loro abito.

Un’altra peculiarità delle cholitas è la stazza: sono tutte molto in carne. Anche quando qualcuna sembra un po’ più magra, indossa comunque una gonna con tanti strati di stoffa, che le fa i fianchi larghi. Una delle cose più strambe notate da queste parti è la pratica del Cholita’s Wrestling, una sfida tra due donnone indigene in abiti tradizionali che lottano su un ring proprio come i muscolosi attori/lottatori wrestler. Uno spettacolo surreale. L’iniziativa non è affatto nata per fini turistici ma proprio per amore della lotta vista in tv e per la volontà di riprodurla anche qui, a modo loro. Il wrestling infatti incanta i boliviani. Spesso per le strade si formano capannelli di uomini e donne di tutte le età, incantati a guardare gli incontri dei lottatori nelle televisioni delle bancarelle dei venditori di dvd.

Tornando ai mercati di La Paz, il più interessante è certamente quello delle streghe. Nei piccoli negozietti si trovano fiale o rimedi in polvere per impotenza, dolori muscolari, ossei, cerebrali, o per qualsiasi altro malanno. Non possono mancare i feti di lama, che tradizionalmente sono di buon auspicio per chi deve costruire un nuovo edificio e vanno seppelliti nel suolo delle fondamenta. Seppur possa fare orrore, il feto di lama è ormai eletto a simbolo della Bolivia, anche per il suo significato profondo di cerimonia di offerta verso la Pachamama, la madre terra. Se ciò non bastasse, si pensi che il sacrificio del lama pare venga sostituito da un sacrificio umano quando si costruiscono delle opere civili o palazzi molo grandi. Per questo esistono i “dottori della selva”, sciamani che si aggirano per il mercato delle streghe, che possono essere contrattati per trovare una vittima umana da sacrificare alla costruzione di una grande opera.

L’identità prettamente indigena e tradizionale della Bolivia è motivo d’orgoglio da quando governa il paese l’attuale presidente Evo Morales. Spesso oggetto di critiche per la netta opposizione all’imperialismo nordamericano, e spesso osannato per la stessa ragione, Morales è il primo presidente indigeno della storia e il simbolo del sogno socialista latinoamericano. Nato da una famiglia di campesinos (contadini), è diventato presidente dopo essere stato il rappresentante della federazione dei coltivatori di coca boliviani. Una delle sue lotte principali, infatti, riguarda la divulgazione al resto del mondo dell’utilizzo millenario della pianta di coca come medicina, energizzante,
e del fatto che la cocaina è solo un derivato che ne ha infangato la reputazione. La sua presidenza, durata finora 11 anni, ha trasformato la società e l’economia della Bolivia, che ha avuto una forte crescita. I suoi oppositori però lo accusano di dispotismo e di accentramento del potere, soprattutto dopo le modifiche alla costituzione che, tra le altre cose, hanno aumentato il numero dei mandati presidenziali consecutivi.

Tra le peculiarità boliviane c’è anche l’elevata frequenza di manifestazioni e processioni. Nelle piazze delle città principali, quasi tutti i giorni ci sono gruppi di persone che scioperano o protestano, gridano slogan, sfilano, bloccano il traffico e sparano in aria colpi a salve. Gli stessi spari e il blocco delle vie del centro contraddistinguono le processioni, con la differenza che in quest’ultimo caso le sfilate sono più ordinate e con tuniche, cappucci, paramenti sacri e croci o statue. Per i boliviani c’è sempre un buon motivo per manifestare o per festeggiare una ricorrenza religiosa. Quando si sentono spari in lontananza (e avviene molto spesso) si sa già di che si tratta.

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