Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

26 aprile 2017

“…il deserto di Atacama. Sole, pietre arroventate, chilometri e chilometri di spettrale desolazione, di tanto in tanto un cimitero abbandonato, qualche casa disabitata di legno o di mattoni. Faceva un caldo secco cui non sopravvivevano neanche le mosche”.

Isabel Allende, Il mio paese inventato

di Alice Facchini

Per attraversare via terra il confine tra Bolivia e Cile, l’unico modo è prendere un bus sgangherato che cammina lento su una strada sterrata e attraversa il deserto di Atacama, anzi i deserti (in realtà sono ben più di uno), i cui confini però sono indistinguibili se non per i pochi abitanti che ci vivono immersi. La terra secca, spaccata come le labbra degli assetati, brilla sotto il sole con il suo colore rossastro. L’unica vegetazione, ciuffi d’erba rinsecchita e cespugli bassi, giallognoli nell’attesa della prossima goccia d’acqua, che chissà quando arriverà.

L’occhio corre lontano su queste infinite distese senza ostacoli, fino a che non arriva a sbattere contro gli imponenti vulcani che, come giganti, dominano il paesaggio. Con le loro pendici spioventi, dolci, le cime innevate e la sommità squadrata del cratere, sembra di averli già visti da qualche parte. Impossibile, visto che si trovano a migliaia di chilometri da casa, eppure trasmettono un forte senso di familiarità. Sarà perché queste forme così armoniche somigliano ai monti che i bambini disegnano sui fogli di carta con i loro pennarelli smangiucchiati.

Vigogne nel deserto di Atacama

Non sono molti gli animali che hanno le capacità, ma soprattutto il coraggio, di vivere in queste terre impervie: lama, fenicotteri e altri animali autoctoni come le vigogne (lama selvatici) e le piscace (una specie di grossi conigli con la coda da scoiattolo). A 4.500 metri di altitudine, nel pieno del deserto, di notte si gela e di giorno il sole brucia tutto ciò che incontra.

Pochissime persone hanno deciso di stabilirsi qui, e quelli che lo fanno devono affrontare problemi di scarsità di acqua e cibo: qui arriva molto scatolame, tuberi, cereali, mentre frutta e verdura fresca sono una costosa rarità. Non c’è corrente elettrica tranne nelle poche ore in cui si accendono i generatori. Per viaggiare esistono solo strade sterrate, strette e dissestate, dove è normale bucare almeno una o due gomme a tratta. La gente lo sa e va in giro preparata, con la cassetta degli attrezzi, la ruota di scorta e il crick sempre a portata di mano.

Questa terra brulla e inospitale nasconde però incredibili ricchezze: minerali, metalli, pietre preziose, gas. Basta scavare un po’ sotto la dura crosta riarsa ed ecco che si trova rame, litio, boro, stagno, argento. Quando è stato scoperto questo tesoro nascosto, ecco che improvvisamente un’area che non è mai stata interessante per nessuno è diventata molto ambita, fino a divenire causa di guerre.

È iniziato così lo sfruttamento, con le miniere che bucano le montagne, deviano i torrenti e poi scaricano nei fiumi sostanze altamente tossiche e radioattive. La più famosa è Chuquicamata, la miniera di rame a cielo aperto più grande del mondo. La Codelco, la compagnia che sfrutta questo immenso pentolone di metallo rossiccio, è l’angelo e allo stesso tempo il diavolo di questa terra: ha portato nuovi posti di lavoro, ricchezza, ma ha causato gravi danni ambientali e malattie nella popolazione.

Vicino alle miniere, grandi strade asfaltate permettono di prendere una pausa dagli scossoni nauseabondi dello sterrato. Qui sì che arriva l’elettricità, e i paesi che sorgono ai piedi delle miniere stanno prendendo le sembianze della città, con supermercati, scuole, chiese, campetti da gioco. Qua vivono i minatori, che ogni giorno si infilano nelle viscere della terra per poter dirsi parte, seppur minima, della fortuna del loro Paese.

A poca distanza dalle miniere sorgono poi i parchi di pannelli solari e pale eoliche di proprietà della italianissima Enel, che ha deciso di investire in Cile sull’energia rinnovabile. Poche settimane fa, in questo deserto ormai martoriato dall’attività umana, è stata inaugurata anche la prima centrale geotermica del Sud America, il Cerro Pabellon. Si può pensare che almeno questa sia un’energia sostenibile, eppure gli indigeni del posto accusano Enel di aver causato gravi danni ambientali durante la costruzione dell’impianto. Distruzione di siti archeologici Inca, vigogne investite dai camion che correvano ad alta velocità, rifiuti abbandonati in zone sacre degli indigeni, buste di plastica ingerite dagli animali… Nel deserto di Atacama sembra che anche l’energia “verde” sia venuta per distruggere.

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