Alla fine di settembre 2016, Alice Facchini e Alessandro Piro sono partiti per il Sud America, per intraprendere un viaggio che li porterà ad attraversare un numero indefinito di paesi e che durerà un numero imprecisato di mesi. L’unica tappa certa è quella iniziale: l’Ecuador. Gli spostamenti potranno avere velocità diverse e le distanze appariranno più grandi quando per percorrerle si utilizzeranno le suole delle scarpe invece delle ruote di un autobus o di una rotaia di un treno. Per raccontare questa realtà percepita, questa geografia distorta, questo percorso improvvisato, accidentato, ricamato dal caso, è nata la rubrica “Distanze sudamericane”. Buona lettura.

di Alessandro Piro

27 maggio 2017 – Fa uno strano effetto stare dentro l’ambasciata italiana a Santiago in Cile. Pensare che qui dopo il colpo di stato del 1973 sono stati accolti più di 750 cileni che rischiavano la vita per la loro ideologia politica. Il neo dittatore Pinochet faceva rapire, torturare, ammazzare solo per appartenenza a un partito. L’ambasciatore di allora, Roberto Toscano, salvò la vita a quelli che si rifugiarono in Italia. Alcuni di loro sarebbero tornati alla fine degli anni ’80 quando l’esperienza del regime militare terminò, per altri l’esilio sarebbe durato per sempre. La dittatura ha cambiato moltissimo il Cile: un Paese una volta solare, accogliente, aperto, è diventato a detta degli stessi cileni una nazione di diffidenti, di gente preoccupata, con la paura dell’ignoto, dello straniero.

A distanza di quasi 30 anni da quando in un famoso referendum il popolo decise di non volere più Pinochet, le persone stentano a riprendere l’abitudine ad uscire la sera, preferendo vedersi in casa, proprio come avveniva negli anni in cui il coprifuoco costringeva a rifugiarsi dentro. Le nuove generazioni invece hanno più dimestichezza con le serate brave a bere Pisco sour o birra artigianale in giro per locali alla moda.

Nei loro racconti ci tengono a sottolineare che la torre Costanera di Santiago è la più alta di tutto il Sud America, pensando che un turista possa essere più interessato a quello che non ai luoghi storici come il Palazzo de la moneda, dove avvenne il colpo di stato, il bellissimo Museo della memoria, la casa del poeta Pablo Neruda o lo stadio nazionale dove si consumarono le torture ai danni di oppositori politici. Essere beccati con un libro di Marx nello zaino o avere i capelli lunghi voleva dire meritare un interrogatorio violento. Ma bisogna guardare al futuro e non al passato triste, quindi è la torre ultra moderna che conta più di tutto. E le vacanze? I giovani cileni conoscono meglio la California o Las Vegas che il loro Paese, perché amano gli USA e andarci in vacanza dà loro un certo status.

In effetti il Cile è il Paese meno sudamericano del Sud America. I cileni sono considerati snob dai loro vicini, che li accusano di sentirsi europei in un altro continente. In effetti, camminando per le vie di Santiago sembra di essere in una grande città europea. Il loro sentirsi diversi traspare da una lingua spagnola tutta loro, con molte parole esclusivamente cilene: sono gli unici sudamericani che quando vanno in un paese ispanofono si devono sforzare di usare un linguaggio standard e scandire meglio le sillabe. In più, il Cile è differente anche per ragioni geografiche: il Paese è di fatto un’isola. A nord il deserto, a est al cordigliera andina, a sud i ghiacciai e a ovest l’oceano.

Un’isola sì, ma piena di risorse. Il Cile infatti basa la propria economia sulle miniere, detenendo le riserve di rame più grandi al mondo e moltissimi minerali sottoterra nei monti del nord (oro, argento, litio, platino etc.). Le miniere furono nazionalizzate dal presidente Salvador Allende, lo stesso che fu barbaramente ucciso nel colpo di stato di Pinochet, l’11 settembre del 1973 (la tesi ufficiale vorrebbe che si trattasse di un suicidio). Oggi solo una minoranza della proprietà è statale, il resto è in mano a imprese private, spesso straniere, che devono pagare una royalty minima.

Questa è solo una delle tante assurde concessioni che il Cile ha fatto e fa alle imprese private, in un processo di neoliberismo radicale iniziato con il regime militare. Si pensi che Pinochet si avvaleva dell’illustre consulenza dei cosiddetti “Chicago boys”, esperti economisti statunitensi che teorizzarono il liberismo assoluto e usarono il Cile come laboratorio per metterlo in pratica nella sua forma più estrema. Da allora il Cile si ritrova con l’acqua completamente privatizzata, sia nel diritto d’uso che nelle fonti. Un business importante in un Paese con gravi problemi di siccità. Infatti le miniere al nord, le piantagioni di avocado nel centro, le imprese forestali al sud e le centrali idroelettriche in Patagonia stanno prosciugando tutte le risorse idriche cilene.

In questo Paese esiste una fortissima divisione in classi sociali. I cileni riescono a capire con un semplice sguardo se un loro connazionale fa parte dell’élite, se è di classe media o se appartiene alla grande massa del popolo. In Cile l’accentonon cambia secondo la provenienza geografica ma in base alla classe sociale, quindi un membro della classe abbiente di Valparaíso ha lo stesso accento di uno di La Serena, così come un operaio di Santiago parla come un operaio di Antofagasta.

Altra caratteristica peculiare dei cileni è il maschilismo. In una famiglia tipica, la madre si preoccupa da sola di cucinare, lavare e servire il marito e i figli in ogni incombenza casalinga (ahimé come spesso succede anche in Italia). Addirittura in alcune case la moglie ogni mattina serve la colazione a letto a marito e figli maschi.

Ma la cosa che ancora stupisce di più del Cile è la sua natura intatta, i vulcani attivi, i deserti, i laghi sterminati, le colline verdissime, i fiumi cristallini, i ghiacciai al sud. Oggi purtroppo la strategia politica nazionale sembra più orientata verso lo sfruttamento delle risorse piuttosto che sulla loro salvaguardia. Vedremo se Paese strano, diverso, quest’isola incastrata nel Sud America sarà capace di cambiare direzione.

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