di Alessandro Piro

Bigobe è l’inferno. È il cuore dell’attività mineraria di Misisi, quindi la ragione d’esistere per questa città piena di problemi, malattie, epidemie, disagi.

Ieri ci sono stato. La giornata è iniziata male, con un piccolo incidente: la nostra auto si è arenata nel fango. Un’ora di ritardo, tanti curiosi – ognuno a dire la propria opinione – fin quando un camionista si è fermato, l’aria nervosa. Senza dire praticamente niente, ha tirato fuori una corda e ci ha liberati con la potenza del suo mezzo.

Finalmente arrivati, siamo entrati nella sede di LEDA, la società belga che riceverà la concessione per lo sfruttamento delle miniere di Misisi: mi è sembrato di entrare nella casa del diavolo. Il compound, nonostante avesse degli elementi comuni con quelli delle ONG, aveva un’energia, un’atmosfera del tutto diversa. Molti controlli di sicurezza, gente armata… niente di strano comunque, visto che nella guerra della scorsa estate questo era il quartier generale di Yacatumba, capo dei ribelli Mai Mai, i maggiori oppositori del governo nella guerra civile congolese. Yacatumba in persona dava gli ordini dalla poltrona che oggi ho di fronte, in cui ora siede Julien.

Julien è il responsabile per la sicurezza di LEDA. Belga di una quaratina d’anni, ha l’aria spavalda che si addice a un colonizzatore de nostri tempi. La nostra conversazione è a tratti surreale: parliamo due lingue diverse, abbiamo punti di vista inconciliabili, consideriamo la gente del posto in maniera diversa, eppure… Potremmo aiutarci a vicenda. Così, continuiamo a parlare. Dopo un’ora di chiacchierata, lasciamo la sede per andare a vedere le miniere. Siamo io e il mio assistente, andiamo soli, non vogliamo essere accompagnati da lui e rischiare di compromettere così la nostra reputazione agli occhi dei minatori.

In questo momento, a sfruttare le miniere sono piccole società o singoli individui, pionieri venuti da lontano, spesso da altri paesi africani, per fare fortuna in proprio. Quando LEDA otterrà l’autorizzazione, una volta terminata la fase di esplorazione mineraria, li manderà via tutti.

Questi piccoli artigiani non hanno alcuna tutela, non hanno i mezzi per assicurarsi un livello minimo di sicurezza e le loro condizioni di vita sono disperate: dormono in tende fatiscenti montate attorno alla zona d’estrazione, in condizioni igieniche scarsissime, ragion per cui è frequente lo scoppio di epidemie, soprattutto di colera.

C’è puzza di piscio e merda ovunque e si cammina in mezzo al fango. Bigobe è la zona delle miniere di Misisi, un micromondo dove regna il caos assoluto, un caos che però ha una certa logica, se lo si guarda da vicino. C’è la zona del lavaggio dove, in corrispondenza di un torrente, centinaia di uomini e bambini lavano queste pietre con le gambe a mollo e in mano hanno secchi e vanghe. Più su, la zona delle casette, modeste, dove si trovano anche gli uffici delle cooperative dei piccoli artigiani.

Ancora più su si arriva alla zona delle macchine, dove delle betoniere molto rudimentali frantumano grossi massi in pietre più piccole. Il caos è frastornante, per passare devo tapparmi le orecchie con le mani. Poi si arriva all’area scavi: di fianco alla strada, o a volte anche in mezzo, compaiono delle buche dove i minatori spariscono soffocati dalla terra. Un inferno dentro l’inferno. A volte, per proteggersi  dalle frequenti frane, i minatori costruiscono delle gabbie in legno. Arrivano a bucare fino a 500 metri di profondità, e spesso ci sono incidenti molto gravi, in cui questi poveri cristi muoiono o finiscono per perdere un braccio o una gamba.

Nella zona degli scavi si intravedono ovunque chiazze blu, il colore delle tende, e piccoli banchetti che commerciano il necessario per l’attività mineraria, tra cui bancarelline di cibo in cui non mi azzarderei mai a comprare da mangiare. La mia passeggiata termina nel piazzale “panoramico”, da cui posso avere una visione ampia di tutte le colline circostanti. Noto che la collina è solcata da serpentine, stradine contornate da tende e banchi, una realtà fluida che si muove seguendo i nuovi pozzi aperti, in ogni direzione.

Poco prima di andare via reincontriamo la gente di LEDA, passano in auto e li salutiamo facendo finta di incontrarli per caso. Mi affaccio dentro al loro Land Cruiser, Julien è alla guida, dietro di lui un uomo armato ha il fucile che spunta tra i due sedili e l’aria da duro. La scena mi impressiona, nonostante non sia di certo il primo fucile che veda da queste parti.

Il fuoristrada di Julien scompare in una delle tante bretelle sterrate, inghiottito da una delle fauci di questo mostro infernale. I minatori lo seguono con lo sguardo, è chiaro che lo conoscono e sanno già che, una volta attiva la convenzione, LEDA caccerà via tutti. Perderanno così il loro lavoro e torneranno nelle loro case, altrove in questo immenso paese, o in Burundi, Kenya, Tanzania o chissà dove.

Io ritorno a piedi verso la nostra auto, la gente mi osserva e si rallegra del fatto che rispondo ai loro saluti in Swahili. Hanno una vanga in mano e le braccia sporche di fango, ma sono come tutti gli altri congolesi che incontro ogni giorno a Lulimba, la città dove vivo. Sono esseri umani, con l’unica differenza che hanno scelto di vivere all’inferno.

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