Inchiesta pubblicata sulla rivista FqMillennium (numero di giugno 2018).

Articolo di Alice Facchini

Fotografie di Max Cavallari

«Quando nostro figlio  ha compiuto cinque anni, i nonni gli hanno regalato il Nintendo. Già in quel momento abbiamo notato che il gioco lo prendeva moltissimo e che faceva fatica a staccarsi. Poi in prima media è arrivato il primo smartphone suo personale, è stato lì che è cominciato tutto».
Giulio oggi ha 13 anni ed è dipendente dal gioco da quando ne aveva dieci. Il nome è di fantasia, come quello degli altri ragazzini di cui racconteremo le storie. Il cellulare è la sua ossessione ed è arrivato a giocare anche otto ore al giorno consecutive. Il rendimento scolastico è calato e ha forti sbalzi d’umore, è aggressivo e non accetta regole.
«Dice sempre parolacce, ci ha detto che siamo dei genitori di merda, che abbiamo una casa schifosa… Quando provi a togliergli il telefono impazzisce, una volta ha rovesciato lo stendino ed è arrivato a dare un pugno in faccia alla mamma». C’è una pausa di silenzio, poi la madre aggiunge: «Racconta anche bugie, quando mi picchia dice che mi invento tutto, vuole tenersi buono il papà. Poi però i lividi parlano al mio posto».
Giulio è uno dei 270 mila ragazzi che in Italia ha nei confronti di internet un comportamento “a rischio dipendenza”. Secondo la ricerca Espad 2018, nella fascia tra i 15 e 19 anni il 35 percento degli studenti italiani si collega a internet almeno una volta al giorno per fare giochi di ruolo o di avventura, e il 15 percento per giochi di abilità. Il 13 percento ritiene di passare troppo tempo a giocare e più dell’8 percento dichiara di diventare di cattivo umore quando non può farlo. Per quanto riguarda l’uso dello smartphone, solo il 3 percento non ne possiede uno, mentre il 17 percento lo usa più di 5 ore al giorno e il 24 percento sta collegato tutta la giornata, per un totale di circa 660 mila ragazzi.
In Italia si riconosce il problema del gioco d’azzardo, il gambling, ma si tiene poco in considerazione un fenomeno più recente, il gaming. Mentre nel primo si gioca per vincere soldi, come nelle slot machine, nel secondo la dipendenza deriva dal bisogno di continuare a giocare. In certi casi si tratta di app gratuite, in altri sono videogiochi dove bisogna pagare per comprare più vite o per potenziare il proprio personaggio. Non è quindi solo il poker online a succhiare soldi, ma anche i giochi di ruolo, di sport o di combattimento.
«Giulio ha iniziato con Clash Royale e alcuni giochi di calcio, ora invece fa videogame molto violenti, come Fortnite», raccontano i genitori. «Si chiude in camera e non esce più, mentre gioca chatta e incontra altri giocatori via webcam, a volte lo sentiamo parlare anche in inglese. Prima era un ragazzo attivo, con tanti interessi, ora sta diventando svogliato, è sempre stanco e a volte durante il giorno si addormenta».
La situazione continuava a peggiorare, così i genitori l’hanno portato da una psicologa. «Se gli lasciassimo fare tutto quello che vuole sarebbe più facile», dicono. «Tante famiglie non provano neanche ad allontanare il bambino dai videogiochi, così non disturba. Noi invece stiamo combattendo una guerra, è una guerra dura, ma alla lunga speriamo che dia i suoi frutti».
Il gaming è sempre più diffuso, in particolare tra i più giovani. «La fidelizzazione avviene in tenera età», spiega la psicologa Giuliana Guadagnini, esperta di psicopatologie legate alla diffusione di internet e dei videogiochi. «È un avvicinamento innocuo, che però permane nel tempo. Quando i genitori non hanno la possibilità di badare ai figli li mettono davanti allo smartphone o al tablet: una volta il ruolo baby sitter era delegato alla televisione, ora ci sono i videogiochi».
Per leggere l’inchiesta completa, consultare il numero di giugno 2018 di FqMillennium, rivista mensile del Fatto Quotidiano.
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