Reportage pubblicato sulla rivista FqMillennium (numero di agosto 2019).

Articolo e foto di Alice Facchini

Solo vestiti, libri e una macchina fotografica. Dopo avermi chiesto cosa c’è nella mia valigia, il poliziotto mi squadra da capo a piedi, poi la maneggia distrattamente e mi lascia passare il controllo senza neanche aprirla. Se sia stato il colore della mia pelle a convincerlo che lì dentro non ci fosse niente di rilevante non lo so, so solo che all’aeroporto di Bissau la macchina a raggi x non funziona, e quella sarebbe stata l’unica occasione per verificare che io non trasportassi merce illegale.

Eccolo qui, il ventre molle dell’Africa: la Guinea-Bissau, il Paese tristemente noto come il narcostato africano, dove ogni anno transitano dalle 20 alle 40 tonnellate di cocaina che dal Sud America partono per arrivare in Europa (secondo una stima di UNODC, Agenzia delle Nazioni Unite per il controllo del narcotraffico e la prevenzione del crimine). Bagnata da un oceano Atlantico invadente, la frastagliatissima costa guineana si staglia dietro una cortina di 88 isole, le Bijagos, meta paradisiaca per tanti turisti stranieri, ma anche barriera naturale che sembra fatta apposta per rendere difficili i controlli della polizia via mare. E anche i confini terrestri sono estremamente porosi, con un fitto reticolato di strade sterrate che tagliano la pianura e attraversano la frontiera aggirando la dogana.

Ma non è solo la conformazione geografica a rendere la Guinea-Bissau il perfetto punto di transito della droga: le istituzioni deboli e un governo perennemente instabile favoriscono la corruzione e rafforzano i legami tra i narcos e la classe dei politici e dei militari, garantendo loro un’impunità quasi assoluta. Anche l’esito dell’ultima crisi politica che ha paralizzato il Paese pare sia stato influenzato in maniera determinante dalla volontà dei cartelli della droga: il 10 marzo di quest’anno si sono svolte le elezioni parlamentari, vinte dal PAIGC (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde) e dal suo segretario, Domingos Simões Pereira. Ma il presidente in carica, Jose Mario Vaz, anche lui membro del PAIGC, si è da subito rifiutato di nominarlo come primo ministro, chiedendo al partito di indicare un altro nome.

Il perché di questa scelta non si è mai saputo: Vaz non ha mai dato alcuna spiegazione. Ma una fonte istituzionale di alto grado, che ha chiesto di restare anonima, ha raccontato a FQMillennium che il presidente avrebbe subito intimidazioni e addirittura sarebbe stato minacciato di morte, se avesse accettato la nomina di Pereira a primo ministro. Pereira infatti è considerato un politico progressista, che ha intenzione di combattere la corruzione in maniera seria e di mettere un po’ di ordine nel caos delle istituzioni guineane. Esistono però interessi molto forti affinché ciò non avvenga e continui a regnare immobilismo e illegalità. Dopo più di tre mesi di stallo, il 22 giugno il presidente ha sbloccato la situazione: con una lettera ufficiale ha nominato a capo del governo un altro politico dei PAIGC, Aristides Gomes, dichiarando che la scelta è stata fatta “in nome della pace”.

“L’instabilità politica e uno stato debole sono molto utili a chi vuole fare affari sporchi”, commenta l’ambasciatore europeo ad interim, Alexandre Borges Gomes. “Il problema non è solo il traffico di droga, ma anche il riciclaggio di denaro e le infiltrazioni di reti criminali internazionali: questo sta diventando un mix molto pericoloso”. Secondo un report del 2015 del Gruppo intergovernativo sul riciclaggio di denaro in Africa dell’ovest, la Guinea-Bissau è stata classificata come il quarto stato più vulnerabile al mondo per riciclaggio di denaro, rendendolo un paese attrattivo per gli affari sporchi di diversi gruppi criminali. Quelli più attivi sono colombiani e venezuelani, ma molti vengono anche dalla Nigeria e dal Niger.

Per leggere il reportage completo, consultare il numero di agosto 2019 di FqMillennium, rivista mensile del Fatto Quotidiano.