Cittadini chiamati alle urne in Bolivia, Argentina, Uruguay e Colombia, mentre Ecuador e Cile escono dalle grandi proteste delle ultime settimane. L’analisi di Somoza: “Fino a dieci anni fa si poteva ancora parlare di destra e sinistra. Ora quello che si misura con il voto è la qualità della democrazia”

di Alice Facchini

Bolivia, Argentina, Uruguay, Colombia. I cittadini di 4 paesi sudamericani sono stati chiamati alle urne, mentre in Ecuador e in Cile hanno votato le piazza, con grandi proteste e una delegittimazione dei leader politici al governo. Ma in che direzione sta andando il Sud America? “I risultati elettorali hanno fotografato un malessere generalizzato, anche se con sfumature molto diverse da paese a paese – commenta da Buenos Aires il giornalista, scrittore e antropologo Alfredo Luis Somoza, esperto di America Latina –. La recessione è evidente e questo ha influenzato il risultato del voto: gli indicatori economici o sono fortemente negativi, come in Venezuela e in Argentina, o al massimo si rivelano stagnanti. Persino in Cile, da sempre il paese più prospero, l’economia è rallentata, e così i nodi sono venuti al pettine: innanzitutto un’eccessiva dipendenza dell’economia dal prezzo commodities, come il petrolio, il rame e la soia, e poi ampie ineguaglianze sociali, che non garantiscono a tutti l’accesso ai servizi di base”.

Ma andiamo con ordine. Il mese caldo del Sud America comincia il 3 ottobre, con le grandi proteste in Ecuador, contro la decisione del presidente Lenín Moreno di revocare i sussidi per il carburante. Il 18 ottobre anche il Cile esplode, con manifestazioni in tutto il paese contro lo smantellamento dei servizi sociali e per chiedere al governo di Sebastián Piñera un nuovo contratto sociale. Poi comincia la tornata elettorale, prima il 20 ottobre in Bolivia, dove il famoso presidente indigeno Evo Morales è stato rieletto per il suo quarto mandato, con un voto ritenuto da molti poco trasparente. Il 27 ottobre è stata la volta di Argentina, Urugay e Colombia: se in Argentina è tornato il peronismo con la vittoria di Alberto Fernández, candidato di centrosinistra sostenuto dalla ex presidente Cristina Kirchner, in Uruguay il 24 novembre si andrà al ballottaggio tra candidato di centrosinistra Daniel Martínez e quello di centrodestra Luis Lacalle Pou. E in Colombia, le elezioni amministrative sono state le prime davvero pacifiche dopo la fine del conflitto armato, con una generale vittoria del partito di sinistra Alianza Verde, che ha conquistato anche la capitale Bogotà con la prima sindaca donna, lesbica dichiarata.

Fino a 10 anni fa si poteva parlare di destra e sinistra, mentre oggi il confine è molto più sfumato – afferma Somoza –. Certo, esistono ancora modelli differenti di società più o meno inclusiva. Ma la qualità della democrazia è una dimensione più trasversale: guardiamo il Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua, le uniche sinistre latinoamericane sopravvissute. In questi paesi si sta ponendo un grosso problema di democrazia, dove gli storici leader faticano a passare il testimone del potere: si tratta di sinistre redistributive, con un’economia estremamente dipendente dal prezzo delle commodities e dove manca un progetto produttivo. Così, da quando le materie prime hanno perso valore, il modello è in forte crisi e la popolazione fa la fame”.

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