Articolo pubblicato sul portale Osservatorio Diritti.

di Alice Facchini

Donne abbandonate sole per ore nel reparto, pratiche mediche senza consenso informato, procedure coercitive non acconsentite, cesarei non necessari, atteggiamenti offensivi e denigratori. Sono solo alcune delle facce della violenza ostetrica, l’insieme delle violazioni fisiche e psicologiche che alcune donne subiscono durante il parto in tanti paesi del mondo, tra cui anche l’Italia.

Il tema è dibattuto a livello internazionale: il 3 ottobre il Consiglio d’Europa ha adottato la prima risoluzione per contrastare la violenza ostetrica e ginecologica, invitando gli stati membri a prevedere meccanismi che permettano di effettuare denunce e provvedere all’assistenza alle donne vittime. Quest’anno anche l’Onu ha emanato il primo Rapporto sulla violenza ostetrica, che la inquadra come violazione dei diritti umani.

In Italia ancora non se ne parla molto, eppure anche nel nostro Paese le donne subiscono durante il parto diverse violazioni. I dati dell’indagine Doxa-OVOItalia dicono che dal 2003 sono circa 1 milione le donne in Italia – il 21% del totale – che affermano di aver subito una qualche forma di violenza psicologica o fisica. Oltre la metà ha subito l’episiotomia (incisione chirurgica del perineo, per allargare l’apertura vaginale durante il parto) e il 61% dichiara di non aver dato il consenso informato per questa pratica.  L’Oms la definisce «dannosa, tranne in rari casi».

«Con la mia prima figlia ero arrivata al parto informata e preparata, per questo ho rifiutato diverse procedure che mi hanno proposto per velocizzare i miei tempi naturali», racconta Marta (il nome è di fantasia), 37 anni, che ha partorito in un ospedale pubblico della Toscana con certificazione Unicef “Amico del bambino”, che dovrebbe assicurare il rispetto di certi standard nella cura della mamma e del neonato.

«Ma il mio travaglio è stato più lungo del previsto e così alla fine mi hanno dovuto tenere ferma con la forza per farmi una serie di procedure a cui io non avevo assolutamente acconsentito: mi hanno dato due ceffoni in faccia per farmi stare ferma e in silenzio. Mi hanno tenuto le gambe divaricate e hanno spinto sulla pancia con il gomito, finché non ho sentito uno strappo: ho avuto una grave lacerazione della vulva, che ancora oggi mi porta ad avere perdite urinarie, c’è stato il prolasso degli organi interni e avevo l’intestino che mi usciva dalla vagina. Per anni al solo ricordo di quel giorno scoppiavo a piangere e cominciavo a tremare».

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