Articolo uscito sul portale Osservatorio diritti.

Rapimenti, stupri, omicidi. E poi imposizione della lingua turca e islamizzazione forzata. A due mesi dall’inizio dell’aggressione turca, la situazione nel Rojava, regione autonoma del Kurdistan in Siria, non è migliorata. Nonostante la sottoscrizione di due accordi di pace, uno tra Turchia e Stati Uniti, l’altro tra Turchia e Russia. E le atrocità colpiscono soprattutto le donne.

«La Turchia non sta rispettando il cessate il fuoco sancito dagli accordi e gli attacchi continuano», dice l’attivista curda Lana Hussein, che da due anni fa parte dell’Unità di protezione delle donne (Ypj), l’esercito femminile curdo che insieme all’Ypg, l’Unità di protezione popolare, è riuscito a proteggere il Rojava dall’avanzata dell’Isis, combattendo al fianco dell’esercito degli Stati Uniti.

«Dal 17 ottobre al 3 dicembre ci sono stati 143 attacchi di terra, 124 dal cielo e 147 di artiglieria pesante. Sono state usate anche armi chimiche e munizioni al fosforo bianco. Per non parlare dei massacri e delle atrocità compiute contro la popolazione civile».

Lana Hussein si trova ancora oggi nel nord-est della Siria, ma non può rivelare il punto esatto per motivi di sicurezza. «Le donne sono il target numero 1: per noi il rischio è altissimo. Solo ad Afrin 40 donne hanno perso la vita, 100 sono state ferite e 60 stuprate. Altre mille sono state rapite e nessuno sa che fine abbiano fatto. Anche all’interno del Ypj, 30 combattenti sono state rapite e ancora oggi tre sono nelle mani dei mercenari, che stanno chiedendo riscatti alle loro famiglie. Questi atti sono emblematici della mentalità che i turchi hanno nei confronti delle donne».

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