Le comunità brasiliane dell’Apac propongono un modello alternativo basato sull’educazione e la responsabilizzazione: il tasso di recidiva è calato dal 70 al 15 per cento, mentre i costi sono più che dimezzati. Grossi: “È la pedagogia della presenza, che dimostra che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali alternative, il cambiamento è possibile”

di Alice Facchini

L’articolo pubblicato sul portale Redattore Sociale.

Niente polizia né guardie armate, detenuti che si muovono liberamente e che in alcuni casi hanno addirittura le chiavi della struttura. Sembra quasi un’utopia, invece si tratta delle comunità dell’Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati), l’organizzazione senza scopo di lucro di stampo cattolico-evangelico che in Brasile propone un modello alternativo di carcere, basato sull’educazione e sulla responsabilizzazione personale. Nel Paese sono 53 i centri di reintegrazione sociale di questo tipo: il primo è stato aperto nel 1972 a São José dos Campos, poi il modello si è diffuso in tutto il Brasile. Oggi sono più di 3.500 i detenuti che sperimentano questo tipo di carcere: nonostante il governo conservatore di Bolsonaro sia stato eletto con l’obiettivo di inasprire le politiche di sicurezza, il sistema dell’Apac per il momento continua a ricevere sovvenzioni.

“In tutto il mondo, uno dei grandi problemi nelle carceri è la mancanza di lavoro e di attività educative – spiega Sergio Grossi, dottore in Scienze pedagogiche all’Università di Padova, che ha svolto la sua tesi di dottorato sulle Apac –. In queste comunità invece la prospettiva viene completamente ribaltata: i detenuti vanno a scuola almeno fino alle superiori ed è garantita la formazione professionale con attività pratiche. All’interno delle comunità ci sono orti, allevamento di bestiame, ma anche laboratori manuali come falegnameria, carpenteria, panetteria… Alcuni studiano all’università. Una volta terminati gli studi, i detenuti cominciano poi a lavorare. A volte sono loro stessi ad insegnare un mestiere agli altri, creando così uno scambio di conoscenze che responsabilizza le persone”.

L’articolo completo sul portale Redattore Sociale.