Articolo uscito sulla rivista mensile Altreconomia, nel numero di marzo 2020.

di Alice Facchini

“Una volta dormivamo nelle tende, poi abbiamo costruito le case in muratura. Non sappiamo quanto resteremo qui: potrebbe essere qualche anno, oppure una vita intera. E poi abbiamo piantato gli ulivi: ci riparano dal vento e dalla sabbia, ma soprattutto ci ricordano la nostra terra”. Nel deserto nel Nord della Giordania, a 25 chilometri dal confine con la Siria, Hassan sorseggia un tè bollente seduto sul tappeto di casa. Indossa un thawb blu lungo fino ai piedi e in testa porta la tipica kefiah rossa. È uno dei tanti profughi siriani arrivati qui in fuga dalla guerra, che oggi vivono lontani dalla loro casa, senza una prospettiva, di fronte a una crisi ormai uscita dall’attenzione della comunità internazionale.

La Giordania negli anni ha dovuto gestire grandi flussi migratori in ingresso: dal 1948, quando centinaia di migliaia di profughi palestinesi vi si rifugiarono durante la prima guerra arabo-israeliana, passando per le due guerre del Golfo, con le ondate di profughi iracheni, fino alla guerra civile in Siria scoppiata nel 2011. Negli ultimi nove anni la Giordania ha accolto 1,3 milioni di siriani, più della somma di tutti i Paesi europei messi insieme, che in tutto ospitano circa 1 milione di rifugiati dalla Siria (dati Eurostat). Nel Paese, solo il 15% dei profughi siriani si trova ora nei campi dell’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati: gli altri hanno preso in affitto un terreno e hanno costruito tende o case realizzate con mezzi di fortuna, vivendo così nei campi cosiddetti “informali”.

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